di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 29 aprile 2026
Se una regola sul suicidio assistito “normalizza” qualcosa, l’assenza di quella regola normalizza altro: l’esilio, la disparità di accesso, il calvario burocratico. Vittorio Parpaglioni aveva 25 anni quando, il 31 ottobre 2023, ha accompagnato sua madre a morire in Svizzera. Sibilla Barbieri, attrice e regista, era malata terminale di cancro. “Durante il viaggio non parlava più, solo sguardi tra noi, ma non ci siamo mai sentiti soli”, ha raccontato Vittorio a Riccardo Bruno sul Corriere. Sibilla aveva provato ad attivare la procedura prevista dall’ordinamento italiano per essere aiutata a spegnersi, secondo la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale.
La ASL Roma 1 si era opposta: a giudizio dell’azienda sanitaria, dei quattro requisiti necessari mancava quello del “sostegno vitale”. La sua patologia era irreversibile (primo requisito) ed era fonte di sofferenze intollerabili (secondo). La richiedente dimostrava (terzo) piena capacità di intendere e di volere. Non era però attaccata a una macchina. Dipendeva da una terapia farmacologica. Così è morta a Zurigo, nella clinica Dignitas. Alla vigilia della partenza, aveva fissato una telecamera e domandato: “Io ho i diecimila euro per farlo, e gli altri?”.
Il figlio, prima di riattraversare il confine, si era autodenunciato ai carabinieri. Soltanto pochi giorni fa, il gip ha archiviato - terza archiviazione in poche settimane dopo due procedimenti milanesi simili - e questo perché nel frattempo, nel 2024, la Consulta ha compiuto un ulteriore passo chiarendo che il “sostegno vitale” può comprendere trattamenti farmacologici e assistenziali. Sibilla avrebbe potuto morire a Roma. E Vittorio non vivere sospeso per quasi 30 mesi.
La magistratura si spinge avanti tra le questioni di bioetica che le Camere schivano. Nel cassetto del Parlamento sono chiusi anni di proposte, nessuna delle quali è mai arrivata fino in fondo, come è avvenuto in quasi tutti i Paesi europei. Ci ripetiamo che in Italia la sensibilità dei cattolici, nella maggioranza come in parte dell’opposizione, pesa di più e va rispettata, anche perché la prova del voto fa paura a tutti. Ma potrebbe essere rispettata, quella sensibilità tutta italiana quando si parla di morte come di vita, tracciando il perimetro di un testo capace di costruire un consenso trasversale senza cedere sull’essenziale. I modelli spagnolo e portoghese hanno fatto da battistrada - più utili e più vicini a noi, per affinità di tradizione giuridica e di cultura civile, degli esempi olandese e belga, che operano in un quadro assai più esteso e appartengono a una diversa genealogia del diritto.
La Spagna ha approvato la sua legge organica nel 2021, con un’ampia maggioranza parlamentare, includendo sia il suicidio assistito sia l’eutanasia; il Portogallo nel 2023, dopo un iter tormentato che ha incluso due rinvii alla Corte per difetti di formulazione, e ha ammesso l’eutanasia per quei malati che non siano in grado di compiere l’ultimo atto. Entrambi i dispositivi condividono una logica rigorosa: definizione di patologie ammesse e procedure (certezza dei tempi); requisiti soggettivi stringenti; doppia verifica medica indipendente; commissioni di garanzia; obiezione di coscienza garantita ai sanitari; distanza di tempo tra le richieste scritte. Nessuna apertura ai minori, nessuna estensione alla sofferenza psichiatrica in assenza di patologia fisica grave. Le buone leggi - “le belle leggi” possibili come incita il titolo del libro di Niccolò Nisivoccia (Le belle leggi, 7 esempi di buon diritto, editori Laterza) - non sono mai semplice trascrizione di sentenze accumulate: producono effetti culturali propri, modificano le percezioni, consegnano ai cittadini un messaggio chiaro che va oltre il caso singolo. È una riflessione che vale in entrambe le direzioni. Perché se una legge sul suicidio assistito “normalizza” qualcosa, l’assenza di quella legge normalizza altro: l’esilio, la disparità di accesso, il calvario burocratico. Lo sanno bene le famiglie che non hanno i diecimila euro di Sibilla.
C’è un argomento che viene spesso sostenuto da chi si oppone alle norme sul fine vita: ci sono le cure palliative. Dovremmo allora dirci la verità: le cure palliative, in Italia, non vengono garantite neppure ai bambini, vi accede solo il 15-18% dei minori affetti da malattia inguaribile. Sette regioni non dispongono di strutture né di personale dedicato. La legge 38 del 2010 le aveva previste e finanziate. Sedici anni dopo, restano in larga parte una promessa. Uno Stato che non sa accompagnare i suoi figli più piccoli attraverso il dolore con quale titolo morale dice ai suoi cittadini adulti come non devono morire?











