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di Sabino Cassese

Corriere della Sera, 5 aprile 2026

La democrazia dell’istante. Ora contano comunicazione e leader. Ma si sono indeboliti i partiti e la partecipazione. Che cosa accade alla democrazia e alla politica italiane? L’Italia ha impiegato 85 anni, dal 1861 al 1946, per conquistare il suffragio universale, ma solo 39 anni, dal 1983 al 2022, per perdere un terzo dell’elettorato. In prospettiva storica, ci sono voluti 85 anni per far combaciare il Paese reale con il Paese legale, ma nella metà del tempo si è fatto un balzo indietro, perché i cittadini che avevano conquistato il diritto di votare non si recano alle urne. La disaffezione per la politica che così si manifesta fa aprire un fossato tra Stato e società.

Negli anni 50 del secolo scorso, circa il 10 per cento della popolazione (tra 4 e 5 milioni di persone) era iscritto a un partito. Oggi i membri dei partiti non sono più del 2 per cento della popolazione. Il principale raccordo tra Paese reale e Paese legale, i partiti, sono divenuti recessivi.

Inoltre, essi perdono la loro identità quando delegano la selezione dei leader politici a tutti gli elettori, anche non iscritti, con la conseguenza che la base militante si allontana e che i partecipanti alle primarie aperte possono essere sostenitori di un partito diverso che cercano di favorire il candidato più debole dello schieramento avverso. O quando diventano leader di un partito persone che non appartengono alla sua tradizione, o che addirittura debbono iscriversi al partito in vista della scalata alla segreteria.

Al disinteresse degli elettori per la politica fa riscontro la politica istantanea, fatta di dichiarazioni invece che di programmi (in qualche caso resi difficili dalla presenza di alleanze tanto disomogenee da non poter raggiungere un accordo sulla piattaforma politica). Quindi, i partiti perdono capacità di guida e di orientamento dell’elettorato, i loro leader si dedicano principalmente a produrre una dose quotidiana di battute ad uso televisivo, i temi prescelti di queste ultime sono di durata giornaliera, dedicati alle piccole vicende invece che ai grandi problemi, più al costume che alle questioni politiche, preferendo il battibecco piuttosto che il dibattito, mostrando bandiere e striscioni, anche in Parlamento, invece che discutendo. Con la conseguenza che quelle che si chiamano “forze” politiche sono deboli, non riescono a raccogliere consensi di un Paese da cui sono distanti e finiscono per ricevere quello che esse hanno dato, cioè molto poco.

Pochi iscritti, niente congressi, nessun programma, producono anche la volatilità dell’elettorato, nel senso che questo cambia facilmente le scelte di voto, e mobilità asimmetriche, con flussi elettorali sbilanciati tra le varie forze politiche, nonché scelte all’ultimo momento e scarsa fedeltà dell’elettorato ai partiti. Questa situazione, che non è solo italiana, anche se qui ha caratteri più accentuati, presenta numerose singolarità e fa sorgere molti interrogativi.

Come è potuto accadere, in così breve volgere di tempo, un quarantennio, un cambiamento così importante? Questo ha un legame con l’assenza dei grandi movimenti ideali che hanno caratterizzato l’’800 e buona parte del ‘900, il liberalismo, il socialismo, più tardi il comunismo? Come si concilia con l’assenza di apatia che pure si riscontra nel Paese, segnalata principalmente dal numero delle persone che si dedicano al volontariato, che raggiunge circa il 9 per cento degli abitanti (quasi 5 milioni di persone)? Non finisce per svelare la vera natura di quella che chiamiamo democrazia, che in realtà consiste in una oligarchia controllata da periodiche elezioni?