di Emilio Minervini
Il Dubbio, 31 luglio 2026
Il provvedimento che amplia le prerogative della polizia nell’uso del riconoscimento facciale (senza il vaglio del giudice) riapre il dibattito sul rischio Grande Fratello. La sicurezza ha di certo un prezzo; quand’è che questo diventa troppo alto, gravando tanto sul piatto da sbilanciarlo a discapito dei diritti dei cittadini? È storia antica: già nei giorni drammatici de Covid l’Italia si lacerò sulla “sicurezza sanitaria” che imponeva l’adozione di misure restrittive della libertà personale per contenere il propagarsi dell’infezione. Il quesito è tornato attuale con l’ingresso della legge italiana sull’IA nella fase decisiva per la sua attuazione, e a seguito dell’accelerata, data dal Governo, all’iter di approvazione dello schema di decreto che stabilisce nuove regole in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per le attività di polizia.
In particolare è l’articolo 10 del testo a destare le maggiori preoccupazioni tra i membri dell’opposizione e gli attori della società civile, anche perché si discosta dal dettato del Regolamento Ue 2024/1689 (AI Act), ampliando le possibilità d’uso da parte delle Forze dell’ordine ben al di fuori dei confini tracciati dalla norma europea. La disposizione seppur preveda che l’utilizzo di tecnologie di riconoscimento biometrico sia ammesso esclusivamente a seguito della commissione di un reato, anche tentato, e al solo fine di identificare persone già indiziate, include tra gli usi legittimi la registrazione dei dati biometrici - nello specifico caratteristiche del volto e dell’iride - di tutte, sottolineiamo tutte, le persone che transitino in luoghi interessati da esigenze di ordine pubblico e la loro conservazione nella banche dati delle Forze dell’ordine per 7 giorni, al fine di permettere il “riconoscimento a posteriori” del presunto autore di un reato. Prospettiva che ricorda una scena di Minority Report.
Questa formulazione rischia di normalizzare la sorveglianza di massa tramite la registrazione dei dati biometrici di persone che nulla hanno a che fare con un reato o un delitto, se non per aver frequentato il luogo della sua commissione, anche solo transitandovi fugacemente. Se a ciò si aggiunge la fallibilità dei sistemi di riconoscimento biometrico da cui deriva la possibilità di produzione di falsi positivi, ci si rende conto di come l’utilizzo del riconoscimento biometrico “a strascico” potrebbe far finire nelle reti persone innocenti. Soprattutto se queste sono di colore o donne, le due categorie in cui si registrano il maggior numero di falsi positivi. In questo caso, come scritto da Papa Leone XIV nella sua Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, l’innovazione tecnologica avrebbe l’effetto di “ampliare diseguaglianze, controllo ed esclusione”.
Nella corsa all’implementazione di sistemi di riconoscimento biometrico basati sull’IA l’Italia non è sola, anzi, il Regolamento europeo è intervenuto proprio per porre degli argini all’utilizzo della tecnologia da pare degli Stati membri, che stanno disseminando per le strade delle proprie città migliaia di occhi intelligenti destinati a sorvegliarle. E, tra i principi alla base del Regolamento la Commissione ha posto il divieto di controllo costante degli spazi pubblici tramite sistemi di riconoscimento biometrico.
In Europa, ma non nell’Ue, a fare da apripista c’è il Regno Unito, svincolato dalle regole di Bruxelles può sfruttare la massimo le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie in tema di sicurezza, soprattutto non essendo presente nell’ordinamento britannico una legge che regoli il fenomeno. Proprio mentre in Italia si discute sul tema la Metropolitan Police di Londra condivide, e ostenta, i risultati della sperimentazione d’uso di sistemi Ffr (Live facial recognition), circoscritta ad alcuni quartieri della città e durata 6 mesi. Secondo i dati diffusi dalla Metropolitan Police nel corso dell’esperimento sono stati scansionati 470mila volti - con un solo falso positivo - 2mila ricercati sono stati riconosciuti e sono stati effettuati 173 arresti. E, sempre in base ai risultati condivisi dalla Metropolitan Police, nel quartiere il tasso di criminalità sarebbe sceso del 10,5%. Dati i risultati la Metropolitan Police ha annunciato che amplierà la sperimentazione ad altri quartieri centrali di Londra, dove entro la fine dell’anno verranno installate telecamere fisse per il riconoscimento biometrico.
La corsa alla sorveglianza di massa tramite sistemi di riconoscimento biometrico però si risolve a un testa a testa tra Cina e Stati Uniti. Negli Usa la sorveglianza passa invece per lo spioncino di casa. La società Ring, di roprietà di Amazon,produtrice di campanelli smart ha infatti sviluppato un sistema di riconoscimento facciale in uso esclusivo alle Forze dell’ordine con cui ha stretto accordi per l’accesso alle registrazioni delle telecamere dei campanelli. Agli agenti basta chiedere l’accesso alle telecamere specificando l’area e il periodo d’interesse per ricevere i filmati da Ring.
In Cina invece la Repubblica popolare ha creato il più vasto sistema di sorveglianza del mondo, che conta più di 600 milioni di telecamere (nel 2021) dotate di tecnologia per il riconoscimento biometrico sparse per il Paese. Le autorità di Pechino affermano tranquillamente che un tale sistema di sorveglianza rende più sicura la vita dei cittadini, facendo proprio l’adagio per cui se non si ha nulla da nascondere non si ha nulla da temere. In un Paese totalitario com’è la Cina però il concetto di “nulla da nascondere” potrebbe contemplare anche cose per cui un soggetto è incolpevole, come l’etnia d’appartenenza. Lo sanno bene gli Uyghur, minoranza musulmana che abita la regione dello Xinjian nel nord ovest del Paese, i cui cittadini sono sottoposti a sorveglianza costante, che Pechino ha sempre giustificato con esigenze di sicurezza per prevenire attacchi terroristici d pare dei separatisti Uyghuri.
Come riportato dalla Bbc le autorità cinesi avrebbero addirittura testato, sui cittadini della regione, software di riconoscimento delle emozioni. Un tale sistema di sorveglianza torna utile anche quando le autorità vogliono impedire a dei cittadini di voler far valere i loro diritti contro la corruzione locale. Come successo alla famiglia di Yang contadino della provincia di Jiangsu, arrestato con moglie e figlia da guardie col volto coperto ogni volta che lasciano la loro casa per raggiungere Pechino e denunciare l’esproprio delle proprie terre. “Ogni movimento a casa mia viene monitorato”, ha raccontato Yang all’ AP. “La loro sorveglianza mi fa sentire insicuro tutto il tempo, ovunque”.
Insomma le città europee sembrano essere finite in una spirale d’insicurezza e l’utilizzo massivo di sistemi di riconoscimento biometrico viene prospettato come l’unica soluzione che possa essere davvero efficace, anche a costo della contrazione dei diritti della persona. D’altronde, ripetono i sostenitori della tecnologia, se non si fa nulla di male, o di sbagliato, non si ha nulla da temere. E allora viene in mente la previsione fatta l’anno scorso da Larry Ellison, Ceo di Oracle, secondo cui “i cittadini si comporteranno al meglio perché registriamo e riportiamo costantemente tutto ciò che accade”. Anche se più che una profezia sembra una dichiarazione d’intenti.










