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di David Maria Riboldi

Avvenire, 1 maggio 2026

Niente più frigo nelle celle! E lo sentiamo il coro che si alza, quello della società cosiddetta “civile”: beh sono in galera, non in un albergo! È giusto! Hanno sbagliato: devono pagare. Sottinteso: devono stare scomodi o, meglio ancora, più caustico: devono soffrire. Hanno fatto soffrire gli altri, ora tocca a loro. Niente frigo. Ci sta. Anzi: chi glieli ha messi? Del resto l’organo deputato alla gestione delle carceri si chiama “Amministrazione penitenziaria”. Ossia amministrazione della penitenza, della sofferenza, di quel quid afflittivo che sarebbe necessario a proteggere la società con le sue regole e a fare da effetto deterrente.

Spoiler: non ha mai funzionato granché. Ora, questa gestione della sofferenza accade con circolari, alcune delle quali hanno avuto una certa eco mediatica. Nel 2023 l’entrata in vigore di quella che venne interpretata come un tornare alle celle chiuse tutto il giorno (prima, nelle sezioni, ci si poteva muovere; e comunque non in tutte). Noi cappellani delle carceri di Lombardia nel febbraio 2024 abbiamo scritto una lunga lettera contro. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Qualche mese fa, nel 2025, la circolare che dosava un più di sofferenza limitando le attività e gli ingressi dall’esterno. Tutte le associazioni a tutela dei diritti delle persone in carcere si sono sollevate contro: da Nessuno tocchi Caino ad Antigone. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire.

Ora il pensiero al frigorifero. Che poi, avverto i lettori: non pensate ci siano in tutte le celle di tutti i penitenziari d’Italia. A Busto mi pare giusto nei reparti detti “trattamento intensivo”. Bisogna ammettere che questa cosa del “pagare”, della sofferenza inflitta, noi ce l’abbiamo dentro. È qualcosa di atavico. Quando alleviamo i cuccioli d’uomo, così facciamo: una punizione per una trasgressione, un premio per un gesto virtuoso.

La logica del merito. Antichissima nelle istituzioni della pedagogia. Andiamo all’antica Grecia, alle fondamenta di quel che amiamo chiamare “educazione”. E, come sempre, è inutile negarlo: c’è tanta saggezza qui dentro. Ma… vale per ogni tipo di sofferenza? Ogni sofferenza ha valore educativo? Esemplifico: la sofferenza che serve per capire il proprio errore… è l’assenza del frigo? Avere una manciata di minuti di telefonate alla settimana (a seconda dell’Istituto in cui si è)? Stare chiusi in cella tutto il giorno, tolta l’aria o qualche corso là dove si riesce?

Magari in 3 in una cella da 1? È questo il dolore che rende migliori? Non solo. Attenti bene: vi porto in galera. Spesso, proprio l’indigenza delle condizioni esteriori diventa l’alibi per obliare un vero e onesto lavorio interiore. Un carissimo ragazzo, brillante e di grande simpatia, quando venne nel mio studio, gli chiesi: “Che fai nella vita?”. “Don, io faccio i reati e li pago; faccio i reati e li pago. Tutto qui”. Quasi che il sottostare alle regole “penitenziarie” della sofferenza esteriore della vita intramuraria lo abilitasse a fregarsene di cambiare davvero. Lui i reati li paga. E tu che vuoi? Che cambi anche vita? Nessuno gliel’ha chiesto!

La collettività gli chiede giusto la sofferenza del corpo, della spazialità ristretta, del tempo allungato e vuoto. Non si agita per favorire una messa a soqquadro delle geometrie dell’anima. Di quello che, se toccato davvero, potrebbe sì generare una vera sofferenza: veder crollare le proprie certezze, respirate in famiglia e tatuate sulla strada. Specchiarsi e non riconoscersi più, perché si va a toccare qualcosa dentro. mandare al macero l’immagine di sé, faticosamente costruita sul rispetto di quegli altri che ti hanno apprezzato così: criminale.

Imparare a dire: “Ho sbagliato”. Non solo perché sono finito in galera… ma perché ho fatto del male a qualcuno. Non è forse questa la sofferenza, capace di tracciare traiettorie di senso? Avvertenze per l’uso: mai da soli. La rinascita, come la nascita, non è mai esperienza monadica. Nasco da qualcuno, con qualcuno. E torna anche qui: con dolore. Quello giusto. Quello che ci vuole. Quello che… s’imparenta con la parola “senso” “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto”.

Così dice Gesù a Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni. E il percorso storico delle sanzioni penali, passato, per dirla con Michel Foucault, dal punire il corpo a punire l’anima, non ha mai compiuto nel merito la ricerca di una compunzione interiore che potremmo veramente dire “salvifica”. Generativa. Allora c’è sofferenza e sofferenza. Allora la galera può essere anche un albergo 5 stelle… se non sarà più la quantità di sofferenza dei fattori esogeni a occupare il nostro tempo e le nostre circolari, ma la qualità di quel dolore di rinascita che, se accompagnato, rende nuovi. *Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio e Fondatore La Valle di Ezechiele