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di Viola Giannoli

La Repubblica, 25 aprile 2023

Il ministro Schillaci: “Più posti di polizia negli ospedali e pene più severe per chi aggredisce il personale sanitario”. E convoca per il 26 un incontro per la riorganizzazione del tavolo sulla psichiatria. Camici bianchi in rivolta: “Risorse insufficienti e leggi realizzate a metà ma in prima linea ci siamo noi”. Mentre il ministro della Salute Orazio Schillaci annuncia “più posti di polizia negli ospedali” e pene severe “per chi aggredisce personale sanitario e sociosanitario” per sedare la rivolta di medici e psichiatri davanti alla morte violenta di Barbara Capovani, la Lega si spinge a chiedere di rivedere la legge Basaglia. Quella norma storica, cioè, che nel 1978 permise all’Italia di chiudere i manicomi e regolamentare il trattamento sanitario obbligatorio istituendo i servizi di igiene mentale pubblici.

Secondo fonti del Carroccio, la brutale aggressione alla psichiatra 55enne, uccisa fuori dall’ospedale Santa Chiara di Pisa da un suo paziente con precedenti e deliri paranoidi - Gianluca Paul Seung - “rafforza la convinzione che sia necessaria e non più rimandabile una profonda riflessione sulla legge 180. Troppo spesso medici, personale sanitario, famiglie e pazienti sono lasciati soli: serve una norma nuova e aggiornata”.

Dai manicomi alle Rems, la riforma a metà - Quella legge il primo maggio compirà 45 anni. Un punto su cui non si può tornare indietro. Da allora un’altra svolta c’è stata nel 2014 con il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari dopo la denuncia delle loro drammatiche condizioni. Ed è stata la volta delle Rems (Residenze per le Misure di Sicurezza), nate nel 2015 con l’obiettivo di un’assistenza diffusa e più umana per accogliere le persone con problemi mentali che commettono reati ma su cui pesano difficoltà di risorse e di organici. Oltre a problemi di sicurezza più giuridici che pratici. Per casi come quelli di Seung mancano spesso soluzioni. Su Repubblica Giuseppe Nicolò, direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl 5 di Roma all’interno della quale si trovano tre Rems, ha difeso con forza la chiusura dei manicomi, “un atto giusto, un atto di umanizzazione”. E ha denunciato però al tempo stesso che “la legge sulle Rems è stata un fallimento. Siamo in una perenne condizione di pericolo, mentre per soggetti come l’aggressore di Barbara Capovani non esistono strutture adeguate”.

Da qui la lettera dei direttori di 130 dipartimenti di salute mentale d’Italia con la quale chiedere alla premier Giorgia Meloni e al ministro della Sanità Schillaci di dare seguito alla sentenza della Consulta del 2022 che invocava una riforma delle Rems per far fronte ai reali fabbisogni dei pazienti, una normativa per proteggere le vittime di potenziali aggressioni e il coinvolgimento del ministero della Giustizia per l’applicazione di misure di sicurezza.

Schillaci ha annunciato per dopodomani, mercoledì 26 aprile, “una riunione per la riorganizzazione del tavolo sulla psichiatria” definendo una “violenza inaccettabile” che lascia “attoniti” l’aggressione e la morte della psichiatra e promettendo di voler cercare ogni “strada percorribile a prevenire la violenza e a garantire i massimi livelli di sicurezza per chi si prende cura della salute, fisica e mentale, dei cittadini”.

Psichiatri con il lutto al braccio: “Smantellato il sistema della Salute mentale” - Proprio al ministro gli specialisti della Società italiana di psichiatria, che alle 12 hanno osservato un minuto di silenzio per la loro collega e fino al primo maggio porteranno il lutto al braccio, hanno chiesto un incontro urgente perché alla “crescita esponenziale di bisogno di salute mentale si accompagna un progressivo e silenzioso smantellamento di quell’organizzazione, pur imperfetta, che è nata nei due decenni che hanno seguito l’applicazione della Legge 180. Con una perdita importante di risorse umane e il mancato avvicendamento delle nuove leve - è il loro allarme - si assiste a un impoverimento dei servizi pubblici senza precedenti negli ultimi anni, che riduce la capacità di risposta dei dipartimenti di salute mentale, già in seria difficoltà”.

La Sip ricorda di aver “più volte invocato la necessità di mezzi adeguati ed evidenziato le criticità del modello attuale di assistenza psichiatrica, maturato in un’epoca e in un tessuto sociale differenti, e che attualmente si trova a gestire nuovi profili di gravità”. Ecco quindi la lista di priorità urgenti: “Percorsi che conferiscano dignità al nostro lavoro e una nuova centralità ai nostri servizi, che si cimentano con questi pazienti su un terreno difficile. Prevenzione degli atti di violenza, per ridurre le condizioni di rischio attraverso protocolli operativi integrati con le forze dell’ordine e il sistema delle emergenze-urgenze. Iniziative di informazione e formazione, e sensibilizzare le aziende sanitarie ad adottare protocolli di sicurezza specifici per ogni situazione di rischio, che sostengano effettivamente gli esercenti le professioni sanitarie”. Per tutto questo servono “risorse” e “una progettazione di ampio respiro, che riguardi l’assetto organizzativo e strutturale della salute mentale e che ne salvaguardi la sicurezza degli operatori”.

I medici: “Aggressioni quotidiane non più tollerabili” - Lo stesso allarme che si leva dal coro di medici. Un fronte comune, compatto stavolta, che definisce la violenza contro gli operatori sanitari “una emergenza nazionale”. “Il 55% dei colleghi riferisce di aver subito violenza - dice il presidente Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli - e il 48% pensa sia normale. Il Ministro avvii soluzioni, ivi compreso l’aumento di personale e la presenza di mediatori culturali nei pronto soccorso”.

“Facciamo un lavoro a rischio senza tutele né garanzie - aggiungono le due Società scientifiche della Medicina Interna (Fadoi e Simi) insieme alla Società scientifica della Medicina di Emergenza-Urgenza (Simeu) - Siamo esposti ormai quotidianamente, quasi fosse una terrificante normalità, a episodi di violenza e a proteste ingiustificate con un rischio maggiore di essere bersagliati per malasanità piuttosto che protetti dalla giustizia. Una situazione paradossale che ormai tutte le professioni sanitarie denunciano da anni e che non può più essere tollerata”, stigmatizzano. E chiedono “ancora una volta garanzie vere per gli operatori sanitari e una depenalizzazione dell’atto medico”.

Così pure Pina Onotri dello Smi, il sindacato dei medici italiani, per la quale “la sicurezza di chi esercita la professione medica e sanitaria è diventata una questione nazionale - aggiunge - drammaticamente attuale e rappresentativa di una grave regressione sociale e culturale del nostro Paese, che si scaglia soprattutto contro le donne medico”. Secondo Onotri, “i Centri di salute mentale sono da molti anni sottofinanziati e sono peggiorate le condizioni lavorative e contrattuali dei dirigenti medici che operano nel settore. Davanti a tragedie come quella di Pisa servono segnali di cambiamento che rilancino la prevenzione, la cura e riabilitazione psichiatrica che operano sul territorio”.