di Montesquieu
La Stampa, 30 aprile 2025
Se è vero, e lo è sacrosantamente, che al verificarsi di forzature istituzionali di particolare gravità l’insieme dei costituzionalisti deve fare corpo, sostituirsi alle voci dei singoli, e prendere pubblica, ufficiale, preoccupata posizione, si deve apprezzare che ciò sia successo quando il già inquietante disegno di legge “sicurezza”, nel mezzo di un laborioso cammino parlamentare, è stato inopinatamente trasformato, previa acrobatica trasfusione, in un decreto legge. Con quale improvvisa, quasi esplosiva presenza dei requisiti richiesti dalla Costituzione si può ben immaginare. Correggendo però un antico e saggio proverbio, è il caso di dire che, in questa circostanza almeno, il buon giorno si può vedere non solo dal mattino; ma anche dal pomeriggio, quando una denuncia come questa si è materializzata, rispetto alla crisi annosa in cui versano le Camere. Pomeriggio inoltrato, addirittura.
È il caso dell’allarme citato, lanciato da un numero continuamente crescente di giuspubblicisti, guidato da alcuni dei presidenti emeriti della Consulta: spesso meritevoli di guidare il gruppo più per la loro personale qualità, che non per un incarico che premia una burocratica anzianità ben più del merito. Sta di fatto che il documento dei costituzionalisti si sostituisce a un brusio, tutt’al più, che ha fatto nel tempo da flebile sottofondo a una progressiva e massiccia spoliazione delle principali funzioni e prerogative dei due rami del Parlamento, da parte di tutte le categorie e le sedi istituzionali interessate. Spoliazione che dura da anni, meglio decenni, indisturbata, fino a essere stabilizzata nella sede delle nuove funzioni, l’esecutivo. Un processo che prende le mosse da quel triennio iniziale degli anni Novanta che ha visto, insieme: la caccia ai politici corrotti da parte di una procura implacabile; e, di conseguenza, la dissoluzione di partiti di una quarantennale, stessa (almeno nel nucleo centrale) maggioranza, che ha lasciato orfani i rispettivi militanti ed elettori. Pronti, o costretti, a tuffarsi nelle braccia accoglienti di un astuto e geniale politico non politico, meno populista di quanto lo si voglia dipingere, almeno a guardare i suoi rapporti storici con i politici che si è indotto a sostituire, non potendo più contare su di loro.
Non che non vi fossero già spuntati, nella fase finale della quarantennale Prima Repubblica, i primi, allora innocui maxiemendamenti: ad opera non di governi insofferenti della strabordante centralità del Parlamento, ma della totalità dei partiti, che non sopportava la presenza di quattro, all’inizio, deputati radicali, aggrappati come provocatorie sanguisughe alla lettera dei regolamenti di Montecitorio, almeno su certi temi. Ad esempio, sul tema del finanziamento pubblico ai partiti, avversato dalla piccola strabiliante pattuglia pannelliana, a tal punto da spingere gli altri seicento circa a permettere al governo un cosiddetto maxiemendamento (piccola roba rispetto al dopo): presentato con la clausola che al “nemico” fosse consegnato allo scadere del termine per la presentazione di subemendamenti. Il tutto con la spudorata fantasia di definire il gruppuscolo radicale “antisistema”, senza tema del ridicolo.
Nulla rispetto a quanto successo, con implacabile gradualità, negli anni successivi allo sconquasso che portò alla rivoluzione berlusconiana. Uno scontro istituzionale tra neogovernisti e vetero-parlamentaristi: stravinto dai primi, per acquiescenza, perché governare senza doversi trascinare la zavorra delle strettoie parlamentari piaceva, nei turni di proprio governo, anche agli eredi dei partiti fedeli alla nostra Costituzione. Con il trasloco degli strumenti per azionare le funzioni e le prerogative dalle Camere e dai parlamentari al vicino palazzo Chigi. Da qui, un processo che ha portato, con successivi passaggi, alla massima prevaricazione costituzionale immaginabile: quella di un iter legislativo nel quale nessun passaggio fosse gestito dagli organismi delle Camere (Commissioni, persino Assemblee), e nessun potere rimanesse ai singoli parlamentari. Né di emendamento, né di voto di merito. Eccezion fatta per quello che diveniva, via via, lo strumento ordinario della relazione tra esecutivo e Camere, un continuo, ininterrotto voto di fiducia di queste ultime nel primo. Questo sul terreno legislativo: dovendosi a ciò aggiungere la scomparsa di un rapporto tra ministri e Camere che non fosse lasciato alla piena discrezionalità dei primi. In sintesi assoluta, obiettivo ricercato e raggiunto, la riduzione del terreno costituzionale di confronto tra maggioranza e opposizioni a una partita con un solo giocatore, il governo.
Ora, la scesa in campo formale della cultura della Costituzione sembra diretta a rimettere in funzione una relazione corretta tra i due principali poteri del confronto istituzionale e costituzionale, legislativo ed esecutivo. Proprio mentre nel resto del pianeta sembrano perdere i connotati principali, una via l’altra, le altre democrazie, a partire da quella, simbolicamente principale, finita per volontà dei propri elettori nelle mani di un presidente che sembra sconfessare tutti i tratti fondamentali di un sistema liberale, all’interno e nelle proprie relazioni internazionali. Per queste ragioni, da unirsi alla rarefazione della cultura costituzionale nella nuova, potente maggioranza estranea da sempre al lavoro e al prodotto dei Costituenti, e per l’impostazione complessiva del documento dei costituzionalisti, legata a un declino complessivo del ruolo delle Camere più che a un pur grave sopruso singolo, può darsi che sia la tanto attesa volta buona: per un ritrovato rispetto della nostra Costituzione, da parte dei partiti che hanno fin qui trascurato la propria matrice costituzionale, e degli organi di garanzia della nostra Carta, fino a oggi lasciati nella condizione di spettatori, per promuoverne un intervento oramai troppo atteso.











