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di Rosario Di Raimondo

La Repubblica, 19 maggio 2025

L’ex magistrato difende la scelta dei suoi colleghi: “Avrei fatto anch’io la stessa scelta: per ottenere i permessi al detenuto non si chiede solo buona condotta, ma molto di più”. “Avrei fatto le stesse cose che ha fatto il magistrato di sorveglianza. Tra le migliaia di casi che vanno a buon fine, questo è un’eccezione”. Così Francesco Maisto, garante dei detenuti del Comune di Milano e già presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna, legge la storia di Emanuele De Maria, il detenuto di Bollate ammesso al lavoro esterno in un hotel che ha ucciso la collega Chamila Wijesuriya e quasi ammazzato un altro dipendente, Hani Nasr, prima di suicidarsi buttandosi dal Duomo.

 

Maisto, De Maria, arrestato nel 2018, tre anni dopo arriva a Bollate e nel 2023 ottiene il lavoro esterno. Un tempo congruo?

“C’è una progressività nel passaggio dall’interno all’esterno del carcere. Ci sono scadenze, passaggi intermedi. Non è solo una questione di buona condotta: si chiede tanto di più”.

 

De Maria aveva alle spalle un omicidio...

“Se si fosse concesso il lavoro esterno a chi ha reati ostativi, ci sarebbero state certamente delle responsabilità. Ma se non c’è uno sbarramento legislativo, il tipo di reato in sé viene meno ai fini della valutazione. Si valuta la persona, per esempio l’appartenenza a un’organizzazione criminale. Il fatto che una persona abbia commesso un omicidio non è significativo del fatto che ne commetterà altri”.

 

In questo caso però è successo...

“Tra le migliaia di casi a buon fine, questo è stato un caso eccezionale. Non è il primo. Molti dimenticano il caso di Angelo Izzo. Da Bollate entrano ed escono ogni giorno più di duecento persone. Il rigore nell’applicazione delle misure è controllato in particolare dalla polizia penitenziaria. Le procedure di sospensione e revoca dell’articolo 21 sono rigorose: a volte viene tolto non per la commissione di altri reati, ma per la violazione di una singola prescrizione”.

 

Come si concede l’articolo 21?

“So come lavora il Gruppo osservazione e trattamento di Bollate. Si parte dall’offerta di alcune attività interne come scuola, università, lavoro in carcere, giustizia riparativa. Poi si definice un programma di trattamento. Che non porta necessariamente all’articolo 21: ci sono una serie di proposte che il Gruppo trasmette al direttore e che poi vengono inviate al magistrato di sorveglianza per l’approvazione. In caso di proposta di lavoro, si chiedono informazioni alla polizia. È un percorso collegiale e rigoroso. Molto più di una volta: ricordo un detenuto ammesso al lavoro esterno che fregò la macchina blindata del direttore mentre era al ristorante...”.

 

Lei sulla vicenda De Maria cosa avrebbe fatto?

“Le stesse cose che ha fatto il magistrato di sorveglianza”.

 

L’inchiesta punta a capire se ci sono state sottovalutazioni. Lei non ne vede?

“Se si cercano le responsabilità, o sono di tutti o di nessuno. Difficile individuare il punto preciso dove si annida la colpa professionale, la disattenzione, la sciatteria”.

 

Da quello che emerge, Chamila Wijesuriya aveva paura di De Maria...

“In caso di anomalie comportamentali, soprattutto il datore di lavoro deve segnalare al carcere. Con questo non sto dicendo che il titolare dell’hotel abbia sbagliato: probabilmente non ne sapeva niente”.

 

Teme una riduzione di questi benefici?

“Mi auguro di no. Sarebbe umano se ci fosse un rallentamento nel breve termine. Ma sarebbe un danno. Non è buonismo. C’è una certa imprenditoria illuminata che è interessata al loro lavoro. Bisogna muoversi con cautela prima di sfregiare un ordinamento costruito nel tempo e che ha già subito restrizioni”.