parmatoday.it, 20 febbraio 2025
Roberto Cavalieri: “Le immagini video in cui si vedono gli uomini della Polizia penitenziaria utilizzare metodi non regolamentari nella gestione di un detenuto, con un cappuccio in testa, percosso e denudato, sono inequivocabili e chiare”. Dopo la sentenza che riguarda dieci agenti della polizia penitenziaria di Reggio Emilia, accusati di falso ideologico, abuso di autorità contro i detenuti e percosse aggravate, Roberto Cavalieri, parmigiano e Garante regionale dei detenuti prende posizione. “La sentenza, pronunciata dalla giudice delle indagini preliminari Silvia Guareschi del Tribunale di Reggio Emilia - scrive il Garante dei detenuti della Regione Emilia-Romagna - in esito al percorso processuale svolto con rito abbreviato, che ha visto la condanna di dieci agenti della polizia penitenziaria resisi autori, in modo tra loro differente, dei reati di falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti e percosse aggravate contro un uomo di nazionalità tunisina è coerente con un sistema penitenziario contraddittorio e da riformare.
I fatti sono noti. Le immagini video in cui si vedono gli uomini della polizia penitenziaria utilizzare metodi non regolamentari nella gestione di un detenuto, spingendosi finanche all’applicazione di un cappuccio alla testa della vittima, percosso e denudato, sono inequivocabili e chiare. La derubricazione in sentenza del reato di tortura è ora oggetto di riflessione che, per forza, deve essere attenta e misurata. L’esito di questo processo non toglie però il senso alla necessità di consolidare tre riflessioni in modo fermo come sigilli.
Il primo. E’ dimostrato che è estremamente difficile che la denuncia di un detenuto giunga a segno o per lo meno diventi oggetto di un’indagine seria, come questa, in cui, così come emerso anche dalle parole del pubblico ministero Maria Rita Pantani, vi è stata la casualità, favorevole al detenuto, di potere comunicate tempestivamente con il proprio legale, Luca Sebastiani del Foro di Bologna, il quale si è recato immediatamente e personalmente dal procuratore capo che ha posto sotto sequestro le video riprese dei locali oggetto dei fatti. Solo un ammodernamento degli ambienti detentivi e trattamentali dotandoli di circuiti di ripresa continua e archiviazione durevole nel tempo può garantire l’emersione di verità che contrariamente cadono nell’oblio.
Inoltre, la polizia penitenziaria deve essere dotata di strumenti più tecnologici per la registrazione dei movimenti dei detenuti senza possibilità di revisione dei testi rendendo univoci e inalterabili i verbali. Il secondo. La polizia penitenziaria, e non solo purtroppo, rischia di non fare un salto nel futuro se le azioni riprese nelle video, prova del processo, non destano sdegno. Poco importa la qualificazione del reato che comunque c’è stato. Esercitato in gruppo come un branco mosso dal solo istinto contro un essere umano. Tutto questo è superabile solo se una nuova cultura della gestione delle persone sottoposte a misure privative della libertà personale si fa strada nel corpo rendendo celebri gli uomini e le donne della polizia penitenziaria che ogni giorno operano nelle carceri rispettando i diritti dei detenuti e i regolamenti e le tecniche della loro gestione.
Gli episodi di festa a cui si è assistito ieri dopo la lettura della sentenza, che ha comunque consolidato delle responsabilità in capo agli imputati e l’innocenza della vittima che è e resta un essere umano, sono l’esempio di una subcultura che non è conciliabile con chi esercita un ruolo in nome e per conto dello Stato.
Il terzo. Il sistema penitenziario e il suo ordinamento compiono quest’anno 50 anni. Nel corso del tempo i diversi guardasigilli che si sono susseguiti nei diversi governi hanno configurato i vertici dell’amministrazione penitenziaria che si sono trovati a dovere gestire i fenomeni sempre crescenti che hanno minato il senso della detenzione: sovraffollamento, povertà, disoccupazione, malattie, recidiva per citarne alcuni. Fenomeni che hanno ancora di più isolato il carcere a quartiere indecente delle città del nostro paese, fenomeni verso i quali cresce oramai il senso di impotenza.
Esiste una via d’uscita? Credo sia giunta l’ora che gli enti locali e le istituzioni, quella Regionale in primis, quella che è il mio riferimento, cambi strategia subordinando la sua azione politica e di erogazione di investimenti e finanziamenti nella cosiddetta area penale a favore delle carceri alla imprescindibile necessità del rispetto dei diritti dei detenuti sostenendo in modo differenziato quei contesti dove i manager delle carceri, civili e non, assicurano modalità di gestione della popolazione ristretta che si avvicini, in particolare per le aree dei diritti fondamentali come istruzione, lavoro, salute, cultura, quanto più possibile a quella delle persone libere. Così come prevede la legge”











