di Luca Liverani
Avvenire, 4 maggio 2022
Avere “occhi assuefatti” alle violazioni dei diritti in carcere è un rischio da scongiurare. Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, richiama alla vigilanza tutti i soggetti esterni che entrano negli istituti penitenziari: volontari, insegnanti, cappellani, perfino gli operatori del suo Ufficio del Garante.
L’esortazione arriva al IV Convegno nazionale dei cappellani e degli operatori per la pastorale penitenziaria. Una tre giorni che ha visto la seconda giornata - presenti 300 tra sacerdoti, diaconi, suore e volontari - conclusa dalla messa a Santa Maria degli Angeli di monsignor Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino. Spesso negli istituti penali, spiega Palma, “esistono sezioni dove più o meno si svolgono attività.
Poi ci sono anche sezioni “discarica”. Io vado a visitare queste. Purtroppo in carcere ci sono troppi occhi assuefatti, a volte anche del volontariato”. Ecco perché, avverte il Garante, “serve lo sguardo esterno, non assuefatto, che controlla. Il Garante nazionale vuole proprio essere l’osservatore che non deve abituarsi mai”.
Poi lancia una provocazione: “So che non è possibile, ma i cappellani dovrebbero ruotare tra un carcere e l’altro”, per non rischiare “un’assuefazione alla “banalità del male”. Poi confessa: “Anche nel mio ufficio del Garante devo fare il rompiscatole, perché si finisce per ritenere normale, ad esempio, che un migrante rimpatriato forzatamente resti ammanettato per tutto il volo”. Mauro Palma racconta anche di avere trovato in un istituto “un record: quello delle Messe celebrate in 9 minuti. Così, mi hanno spiegato, se ne fanno molte. Capisco i problemi, capisco il 41bis. Però allora bisogna far venire fuori la contraddizione, non inserircisi e normalizzarla”.
In Italia per fortuna “ci sono tanti occhi che entrano nel carcere: volontariato, cappellani, insegnanti. Ma non devono essere assuefatti”. Come gli occhi “di quel sanitario a Santa Maria Capua Vetere che, dopo le violenze, col piede controllava se il detenuto a terra fosse cosciente”.
Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani, raccoglie la sollecitazione, ma sottolinea la diversità dei ruoli, e gli ostacoli: “Certo, non dobbiamo assuefarci. Noi però, a differenza del Garante, non siamo tutelati. Il Garante denuncia e va via. Noi restiamo, e abbiamo un ministero da portare avanti. Quando denunciamo, rischiamo di essere messi da parte”. Don Grimaldi racconta di istituti dove la direzione, come ritorsione contro cappellani “scomodi”, non convocava più i detenuti per le celebrazioni o i colloqui col sacerdote: “E alla fine, chi ci va di mezzo sarebbero i detenuti”.
In Italia però c’è il Concordato, replica da giurista Palma, e la pastorale in carcere “è tutelata dagli accordi: i cappellani non devono sentirsi ospiti”. Anche il vescovo Sorrentino ribadisce che “il carcerato è prima di tutto una persona. Quale sia il motivo che lo ha portato in prigione - dice - rimane un fratello da amare. I cappellani devono portare una parola di bene e aprire chi è privato della libertà alla speranza, affinché il loro cammino di redenzione possa attuarsi pienamente”.










