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di Francesco Grignetti

La Stampa, 12 novembre 2025

Il governo stanzia dieci milioni per il monitoraggio in hotspot e questure. Saranno pure nell’occhio del ciclone, i membri del Garante per la Privacy, ma non si dimetteranno e il governo, attraverso il ministero dell’Interno, vuole affidargli una nuova competenza. C’è da istituire infatti un cosiddetto “Meccanismo nazionale indipendente per il monitoraggio dei diritti fondamentali”, come stabilito dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Il governo ha deciso di incardinare questa nuova organizzazione nel Garante per la Privacy, con una dotazione di 10 milioni di euro e molti funzionari da distribuire in 12 hotspot e un centinaio di questure, e guardandosi bene dall’affidarlo al Garante per i diritti delle persone private della libertà.

Una scelta che emerge nelle stesse ore in cui il vertice dell’Autorità annuncia con una intervista al Tg1 di non aver nessuna intenzione di dimettersi dopo il caso sollevato da Report: “Nessuna dimissione. Le accuse sollevate sono infondate, infatti non vi è mai stata una decisione del Garante assunta per ragioni diverse dall’applicazione della legge, in piena indipendenza di giudizio”, duice il presidente Pasquale Stanzione. Secondo Stanzione “la narrazione del Garante come subalterno alla maggioranza di governo è una mistificazione che mira a delegittimarne l’azione, soprattutto quando le decisioni sono sgradite o scomode”.

Il “Meccanismo nazionale indipendente per il monitoraggio dei diritti fondamentali” dovrà sovrintendere al delicatissimo equilibrio che è alla base del Patto sulla migrazione e l’asilo. Siccome dentro la Ue si cambiano molte regole (e si introducono nuove possibilità, vedi gli hotspot di Giorgia Meloni in Albania, che si sono incagliati solo perché anticipano di un anno le nuove regole europee) con l’obiettivo di espulsioni più rapide e di regole più stringenti per concedere l’asilo, è stato previsto che ogni singolo Stato dei Ventisette si deve munire di una Autorità indipendente che dovrà vigilare sul rispetto dei diritti umani. Va da sé che il bilanciamento può funzionare soltanto se le nuove Autorità si dimostreranno davvero indipendenti rispetto ai governi. Bruxelles ha appena pubblicato le linee guida per istituire queste Autorità: “Il Meccanismo - scrivono - dovrebbe avere libero accesso, in qualsiasi momento, anche in situazioni di emergenza e di afflusso massiccio, a tutte le zone in cui si svolgono azioni di gestione delle frontiere alle frontiere aeree, terrestri e marittime e a tutti i luoghi di accoglienza iniziale e di trattenimento di cittadini di paesi terzi alle frontiere o in prossimità delle stesse”.

Questo genere di ispezione negli hotspot e nei Cpr (i centri di accoglienza e quelli finalizzati alle espulsioni) finora era competenza del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale. E siccome le ispezioni erano state e continuano a essere ficcanti, con report puntuali che mettono in difficoltà il Viminale, ecco che si cambia cavallo. Scrive il ministero dell’Interno, in risposta alle sollecitazioni della Ue: “Nell’ordinamento italiano non è attualmente istituita un’istituzione nazionale per i diritti umani né un difensore civico nazionale con competenze specifiche in materia di diritti fondamentali dei migranti e richiedenti protezione internazionale. Si rende dunque necessario individuare un organismo idoneo all’istituzione e gestione delle attività del meccanismo di monitoraggio dei diritti fondamentali, conformemente agli obblighi comunitari. In questo contesto, il Garante per la Protezione dei Dati Personali appare un soggetto idoneo all’istituzione e alla gestione del meccanismo di monitoraggio”.

È evidente che così si dimezzeranno le competenze per l’altro Garante, quello a tutela dei diritti delle persone private della libertà. Tra parentesi, alla sua origine c’è la Direttiva europea sui rimpatri del 2008 (come organo di vigilanza sui rimpatri forzati) e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura che l’ha fatto definire anche “Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura”. E per questi motivi il Garante vigila con ispezioni a sorpresa su carceri, camere di sicurezza delle forze di polizia, centri di trattenimento per migranti, reparti psichiatrici, Rsa. Che cosa c’entri la Privacy con i diritti di chi viene rinchiuso in un hotspot o in Cpr, invece, è difficile da comprendere. O forse no, guardando alle polemiche che hanno investito il Garante per la Privacy e la sua permeabilità alle pressioni della politica.

La ragione, secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, è nel meccanismo stesso di elezione. Il primo Garante prevede 4 membri eletti dal Parlamento, di cui 2 dalla Camera e 2 dal Senato; il secondo Garante è di 3 membri nominati dal Capo dello Stato, su indicazione del consiglio dei ministri, sentite le commissioni parlamentari. Dice Ceccanti: “Meglio sarebbe utilizzare per le Autorità di garanzia il metodo per la Corte costituzionale, che prevede il quorum di tre quinti dei componenti del Parlamento. In epoca di eccessi di partigianeria, di polarizzazioni estreme, negli organi di garanzia va tutelato non solo il pluralismo ma anche la capacità dialogica. Il metodo attuale favorisce che ciascuno voti solo i propri”.