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di Ilaria Sacchettoni


Corriere della Sera, 16 dicembre 2020

 

L'ex comandante dell'Arma sconfessa la gestione del caso nel 2009. Depositata la lettera del generale Giuliani sulle "discordanze documentali" durante la fase della morte del ragazzo. Il lessico è quello felpato dell'ex comandante dei carabinieri, abituato a schivare mine vaganti sul proprio cammino.

Ma il cuore della testimonianza del generale Tullio Del Sette (oggi in pensione) non può essere frainteso. Senza mai nominarlo, l'ex comandante dell'Arma sconfessa la gestione che il comandante provinciale dell'epoca, Vittorio Tomasone, fece della vicenda relativa all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi, sottolineando (e censurando) tutte quelle "anomalie" emerse nel corso degli anni. A partire dal mancato fotosegnalamento che avrebbe dovuto innescare sospetti su cosa fosse veramente avvenuto la notte del 15 ottobre 2009 (quella dell'arresto di Stefano) e che, invece, venne opportunamente emarginato: "È evidente - dice ora il generale - che non furono fatte verifiche con adeguati approfondimenti, altrimenti il fotosegnalamento sarebbe emerso".

Del Sette (oggi a processo per le rivelazioni del caso Consip) fa propri i dubbi espressi, nel 2015, dal generale Vincenzo Giuliani che, in una lettera riepilogativa delle notizie di stampa sull'affaire Cucchi (depositata al processo dal pm Giovanni Musarò), puntava il dito sulle "discordanze documentali" emerse. E affermava come le contraddizioni affiorate fino a quel momento "forse avrebbero potuto, in sede di ricostruzione dei fatti, indurre a verificare l'effettiva esecuzione del fotosegnalamento".

Se si fosse accertata la verità sul mancato fotosegnalamento, insomma, si sarebbe scoperto che, al momento del rilievo, Cucchi era già stato pestato dai militari in servizio quella notte. Il generale, sottoposto alle domande dell'avvocato di parte civile Fabio Anselmo, concede di più e legge un suo comunicato dell'epoca, il 2015, nel quale utilizza parole tanto inequivocabili quanto pesanti nei confronti dei militari dell'Arma: "È una vicenda estremamente grave che alcuni carabinieri abbiano potuto perdere il controllo e picchiare una persona arrestata secondo legge per aver commesso un reato, che non l'abbiano poi riferito, che alcuni altri abbiano potuto sapere e non lo abbiano segnalato a chi doveva fare e risulta aver fatto le dovute verifiche, se tutto questo sarà accertato". Un comunicato diretto all'esterno (Procura inclusa) e all'interno dell'Arma, spiega.

Inutilmente, invece, gli viene chiesto di chiarire, a sua memoria, un altro punto oscuro dell'epoca: il depistaggio medico-legale. Il generale afferma di non sapere "se fossero stati nominati esperti medico-legali da parte dell'Arma". Il riferimento è alla nota interna del 2009 nella quale si anticipavano conclusioni in merito all'autopsia non ancora depositata in Procura, fatto inquietante con il quale Del Sette non si cimenta.

Conclusa la sua deposizione Del Sette si allontana e il presidente Roberto Nespeca fa accomodare Marco Cannavicci, psichiatra incaricato di effettuare una perizia sulla famiglia Cucchi: "Non hanno mai davvero rielaborato quel lutto. La rabbia non si è ancora trasformata in adattamento a causa delle problematiche relative a processi, indagini e attacchi mediatici alla personalità di Stefano. Questo lutto è una tela di Penelope che viene disfatta ogni volta a causa delle offese alla memoria del morto".