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di Tiziana Maiolo

Il Dubbio, 23 giugno 2025

Mentre Stasi sconta una condanna definitiva, i pm riaprono le indagini su Sempio. Ma l’inchiesta pare guidata dai riflettori piuttosto che dalle prove. È stato un femminicidio quello che ha portato alla morte Chiara Poggi? Se la risposta è “sì”, è sufficiente spostare indietro l’orologio di dieci anni, per tornare al 2015, ad Alberto Stasi e alla sua condanna, oltre ogni ragionevole dubbio, a 24 anni di carcere, ridotti a 16 per il rito abbreviato. La pena massima per l’omicidio, quando non si riscontrino quelle aggravanti che, come nei casi più recenti di Filippo Turetta e Alessandro Impagnatiello, hanno portato alle condanne dell’ergastolo.

Ma se la risposta alla domanda sul femminicidio fosse “no”, allora sarebbe bene fare una sosta dalle parti della procura di Pavia, dove si è riaperta un’inchiesta nei confronti di Andrea Sempio, che era stata già archiviata due volte fin dal 2017, da parte di due diversi giudici delle indagini preliminari, su sollecitazione dello stesso pm. In questo caso non sarebbe femminicidio perché, secondo l’accusa, Sempio avrebbe agito “in concorso” con altri. Omicidio di gruppo, quindi. Il movente? Poco importa, in questa inchiesta quanto mai scenografica e spesso condizionata dai media.

Basti pensare a quel che è capitato il 14 maggio scorso, quando nella stessa giornata sono state effettuate quattro perquisizioni, una delle quali, a casa dello stesso Sempio (le altre erano nelle abitazioni dei suoi genitori e di due suoi amici) era durata dieci ore. E, come se non fosse bastata questa intrusione alla ricerca di non si sa quale segreto diciotto anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, nella stessa mattinata veniva dragato un canale vicino a Garlasco sulla base di quanto emerso la sera precedente in un servizio sul programma tv “Le Iene”. Un testimone dell’epoca riferiva il racconto di una sua parente, nel frattempo deceduta, alla presenza di un’altra persona, anche lei ormai morta. Secondo questa signora una delle cugine della vittima, Stefania Cappa, il giorno dell’omicidio sarebbe arrivata molto nervosa alla casa della nonna, adiacente al canale, con un borsone pesante. In seguito la stessa signora avrebbe sentito un tonfo nell’acqua. Ecco l’arma del delitto, si è gridato a gran voce nel circo mediatico-giudiziario. Nel canale solo qualche ferro vecchio e non se ne è più saputo niente. Del resto a Milano nel Naviglio di recente è stato trovato un divano. Ci sono persone che, senza essere assassini, buttano un po’ di tutto nei corsi d’acqua.

Qualche giorno dopo improvvisamente la procura poi fissava tre interrogatori in simultanea. Quello di Alberto Stasi, perché è difficile tenerlo fuori dai giochi, essendo l’unico condannato per il delitto, poi Marco Poggi, fratello di Chiara e amico di Sempio, e quest’ultimo, il quale non si è presentato per un vizio di forma nella convocazione, rilevato dai suoi legali. E meno male, ha commentato l’avvocato Massimo Lovati, perché era pronto per lui il trappolone. Che è scattato lo stesso, tramite il Tg1, altro strumento del circo mediatico. È il momento della traccia numero 33, un’impronta sul muro vicino alle scale dove Chiara fu gettata a morire.

Ormai si sa che di quell’impronta, che con certezza non conteneva sangue, quindi non era dell’assassino, esiste solo una fotografia. Fine del circo. Così siamo arrivati alla criminalizzazione del Fruttolo e di Estathe, oggetti forse della colazione di Chiara della mattina dell’omicidio, quando aveva aperto la porta al suo assassino proprio mentre faceva colazione sul divano, in pigiama e con la televisione accesa.

Un quadretto di normale quotidianità di una ragazza in vacanza dal lavoro, che entra nell’incidente probatorio con accertamenti irripetibili, disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli per esaminare il dna presente su una serie di oggetti e parametrarlo con quello di diversi soggetti, undici per la precisione, e non solo di Andrea Sempio. I periti d’ufficio e quelli delle diverse parti hanno novanta giorni di tempo per dare il loro responso, mentre le parti processuali si ritroveranno nell’ufficio della giudice il prossimo 24 ottobre.

Dove si vedrà, forse, anche se davvero sta in piedi l’ipotesi dell’omicidio di gruppo. Per questo, sempre dalle parti del circo mediatico, si dà una certa importanza alla famosa impronta numero 10, quella sulla maniglia della porta. Anche se si sa già che non era né del condannato né del neo-indagato e che comunque non è insanguinata.

Ecco il terzo uomo! Ma come nasce tutto ciò? Potremmo chiamarla “Garlasco due la vendetta”. E sì, perché accanto agli uomini della procura di Pavia e ai carabinieri di Milano, un vero ruolo da deus ex machina pare svolgerlo la difesa di Alberto Stasi, novelli Perry Mason alla ricerca del vero colpevole. Perché il loro assistito continua a professarsi innocente, ed era stato assolto sia in primo che in secondo grado. Ma, avevano obiettato i giudici che lo avevano condannato, questi indizi avevano la forza di prova, in quanto “gravi, precisi e concordanti”, oltre ogni ragionevole dubbio. Ma è il quadro d’insieme a esser stato determinante e ad aver convinto i giudici dell’appello-bis, che avevano riaperto l’istruttoria.

La dinamica di quella mattina. Chiara Poggi ha disattivato l’allarme della casa alle 9,12, quando è arrivato qualcuno, ed è morta entro le 9,35. Ventitré minuti in cui è stata aggredita, poi trascinata per i piedi, di nuovo aggredita perché aveva dato segni vitali, e infine buttata giù dalle scale che dall’ingresso portavano alla tavernetta-cantina. Aveva aperto all’ospite in pigiama. Una persona con cui aveva confidenza e che conosceva bene la casa.

Una persona che l’avrebbe aggredita quasi subito, con una violenza carica di odio. Era uno sconosciuto? Oppure Alberto Stasi? O Andrea Sempio? E in questo caso chi sarebbero i suoi complici? Nell’ipotesi del femminicidio, abbiamo una sentenza definitiva, confermata dalla corte d’appello di Brescia e dalla Cassazione cui i difensori di Stasi si erano rivolti per chiedere la revisione del processo. E due volte la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva dichiarato anche la regolarità formale del processo e della condanna. Ma resta debole il movente. Ancora più nebuloso se dobbiamo credere alla responsabilità di Andrea Sempio, soprattutto se “in concorso” non si sa bene con chi. Né perché. Ma al circo non importa. Ogni giorno il “giallo di Garlasco” è a reti unificate.