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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 5 maggio 2026

Domenica sera è andata in scena una sequenza televisiva che spiega lo stato di salute dell’informazione italiana meglio di mille saggi. Sigfrido Ranucci, il volto di Report, ha provato a chiudere il caso nato dalle smentite del ministro Nordio con una frase che merita di essere scolpita nel marmo dell’assurdo: “Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia”. Se George Orwell fosse tra noi, aggiungerebbe un capitolo a 1984. Siamo nel pieno del bipensiero. Se un giornalista dichiara di stare verificando una cosa, ammette implicitamente che quella cosa non è ancora una notizia pronta per il lancio. Invece, nel circo mediatico attuale, la verifica stessa diventa l’evento, trasformando il dubbio in fango e l’insinuazione in una verità da dare in pasto al pubblico.

Il problema del giornalismo di casa nostra è diventato molto più grave di quanto immaginiamo: si è superato ogni argine. Non è solo una questione di singoli errori, ma di un metodo che ha radici lontane. La deontologia professionale è sparita dal radar. Basterebbe rileggere il codice che i giornalisti dovrebbero rispettare per farsi una risata amara. Quello che vediamo oggi è un sistema dove certe inchieste funzionano come un’intelligenza artificiale: si prendono pezzi di qua, parole di là, si mette tutto insieme per costruire un racconto plausibile e lo si vende come verità assoluta. Non è una novità, ma ormai è un meccanismo perfettamente oliato.

Prendiamo il caso delle stragi di mafia, un terreno dove questa pratica raggiunge vette parossistiche. Non basterebbe un libro per raccontare le bufale in prima serata. Per anni il teorema della trattativa Stato-mafia è stato il perno di ogni narrazione, mentre le piste concrete e documentali come “mafia-appalti” venivano derise. Da quel teorema si è attinto di tutto. Come il “protocollo fantasma” mandato in onda da Report, presentato come uno scoop dirompente: un plico segreto capace di svelare chissà quali maneggi oscuri dietro l’ex generale del Ros, Mario Mori.

La realtà era molto più banale. Chiunque avesse seguito i processi sapeva bene che quel documento circolava dal 2012. Nulla di inedito. I magistrati stessi l’avevano cestinato, considerandolo carta straccia. Eppure, la stampa italiana ha preferito il copia-incolla alla verifica dei fatti. Pochissimi colleghi si erano presi la briga di leggere gli atti; anzi, diciamo la verità: soltanto noi de Il Dubbio. Un documento vecchio e inutile è diventato la notizia del giorno, rimbalzando tra social e quotidiani pronti a gridare allo scandalo. Risultato? Milioni di persone disinformate.

Questo metodo produce una voragine culturale. Mentre il pubblico pensa di vedere un uomo coraggioso che sfida il potere, sta solo guardando una sceneggiatura scritta. La violazione delle regole professionali non ti rende un giornalista scomodo, ti rende solo un creatore di suggestioni. E la deriva riguarda tutti: tempo fa il programma Farwest tirò fuori il complotto di Soros. Il livello è lo stesso. Non c’è differenza tra questo modo di fare informazione e quello che succedeva nei forum dei complottisti, dove si collegano i puntini a caso per assecondare una paranoia.

Il danno reale cade sui cittadini, convinti di essere informati mentre sono sistematicamente disinformati. L’illusione di capire ha sostituito la comprensione dei fatti. È una situazione che fa il gioco del potere vero: un pubblico che crede di sapere tutto, ma non sa nulla di concreto, è il più facile da gestire. Diventa suddito.

Quando si lanciano inchieste basate sul nulla, si attiva una cassa di risonanza che coinvolge tutti: i politici fanno interrogazioni, le procure aprono fascicoli sul vuoto e intellettuali come Paolo Mieli arrivano a lodare certe operazioni, come accaduto per l’inesistente “caso Minetti”, decostruito pezzo per pezzo da Simona Musco su queste colonne. Il vecchio ideale del “conoscere per deliberare” è stato svuotato di senso. Oggi si conoscono solo suggestioni e si finisce per deliberare mostri.

Dobbiamo però essere onesti nel distinguere i piani. Il giornalismo ha come fine la ricerca della verità fenomenica, il riscontro oggettivo e il rispetto del lettore come cittadino sovrano. L’intrattenimento, invece, punta alla pancia, alla tensione narrativa, allo share. Il primo serve per illuminare la realtà, il secondo per riempire una serata. Confondere i due piani significa tradire la funzione sociale della stampa. Ranucci ha affermato che il suo programma fa tantissimi ascolti. Ed è vero. È un ottimo programma di intrattenimento.