di Mario Calabresi*
Il Dubbio, 11 dicembre 2023
“Non era una giornata “normale” quando venne ucciso, nel senso che non era inaspettata. Da molto tempo nessun giorno era più normale: i presagi peggiori, le paure improvvise, le angosce e perfino i pianti erano diventati compagni di strada dei miei genitori. Nessuno potrebbe più dire da quando. O forse sì, dalla sera in cui mio padre rincasò sconvolto: “Gemma, Pinelli è morto”. E poi, dal momento in cui le prime scritte apparvero sui muri della città, indicandolo come il commissario “assassino”. Dalla mattina in cui cominciò quella feroce campagna di stampa, carica di violenza e sarcasmo, fatta di minacce, promesse, sfide e anche vignette. Non molto tempo dopo la mia nascita il quotidiano “Lotta Continua” ritraeva mio padre con me in braccio intento a insegnarmi a decapitare, con una piccola ghigliottina giocattolo, un bambolotto che rappresentava un anarchico. Ma sono i particolari, che negli anni ho raccolto e istintivamente catalogato nella memoria, a fare di una giornata qualsiasi una giornata annunciata. Prevista. Quasi attesa. I miei genitori si preparavano da tempo all’esplosione della tragedia. Certo, lo facevano quasi senza saperlo, sempre con una quota di irrazionalità, ma oggi, a ripercorrere quei momenti, quei loro attimi di lucidità o di disperazione improvvisa, non riesco a respirare, non riesco a capire come abbiano fatto a sopravvivere. Oggi scrivo, ma sono anni che archivio ricordi, discorsi e confidenze. Da mia madre. A piccolissime dosi.
La sofferenza si riaccende in fretta e permette incursioni brevi, veloci; non si può restare troppo a lungo in quel territorio dei primi anni Settanta, si rischia di farle troppo male, e allora è meglio mettere un freno alla curiosità. Da mia nonna materna, Maria Tessa Capra. Con lei si può parlare a lungo, ha navigato tutto il Secolo Breve, essendo nata all’alba della Prima guerra mondiale e due anni prima della Rivoluzione russa. Ha visto due guerre, la sua casa bombardata, un marito prigioniero in Germania, è rimasta vedova e ha perso uno dei suoi sette figli, ma non ha mai smesso di combattere. Con lei si può solo parlare a lungo. Le piace ricordare, ama farlo, anche se ciò può dare dolore”.
*Tratto dal libro “Spingendo la notte più in là”, Mondadori Editore










