di Sara Perri
La Stampa, 1 marzo 2021
Drammatica escalation della repressione: granate, spari e bastonate sulla folla inerme. Scomparsa Aung San Suu Kyi. Dal colpo di Stato a oggi sono già trenta le vittime tra i civili, oltre mille gli arresti. "Qualcuno di noi morirà, ma alla fine vinceremo". La domenica di Soe S. è iniziata così in Birmania ed è finita con una luna rossa sul cielo di Yangon e una lista di almeno diciotto morti confermati dall'Ufficio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Il giro di vite era partito nelle zone etniche, suggerendo che la capitale commerciale Yangon potesse rimanere la vetrina delle manifestazioni ironiche e variopinte iniziate il primo febbraio contro il colpo di Stato. Ieri anche la capitale commerciale è stata scenario di scene di violenza catturate da foto e filmati estremamente crudi e diffusi in tempo reale.
In serata, l'Associazione per l'Assistenza dei Prigionieri in Birmania ha aggiornato la cifra degli arresti a oltre 1100, e il totale dei morti dall'inizio delle proteste a più di 30. Eppure vittime e feriti non hanno fermato nessuno, né nelle grandi città, né nei cristallini arcipelaghi a Sud, e tantomeno nelle regioni al confine cinese già afflitte da decennali conflitti, come il Kachin. Qui, una suora cattolica si è messa davanti ai poliziotti antisommossa per farli desistere, unendo le mani; altrettanto hanno fatto monaci buddisti in altri angoli del Paese, sedendosi a gambe incrociate davanti agli scudi della polizia. Piena solidarietà ai manifestanti è stata espressa anche dalla comunità musulmana, inclusa la minoranza Rohingya espulsa in Bangladesh.
Le preghiere non sono bastate. Lacrimogeni, granate, spari, bastonate: non è mancato nulla nella drammatica escalation della repressione dell'esercito birmano contro manifestanti perlopiù pacifici che chiedono il ripristino del governo civile di Aung San Suu Kyi e la fine della dittatura del generale Min Aung Hlaing.
Quella di ieri è stata la giornata più violenta, con almeno cinque volte più morti che nelle settimane precedenti. Ci sono anche giovanissimi come il 23enne Nyi Nyi Aung Htet Naing, che lavorava come ingegnere informatico e la cui morte ha lasciato senza parole i colleghi. L'intera scena del suo corpo riverso a terra incapace di muoversi e infine trasportato da un gruppo di coraggiosi amici è stata immortalata da Myanmar Now, un media locale, ed è circolato su Twitter e Facebook per tutta la giornata. Un giornalista di Myanmar Now è stato poi arrestato.
"La nostra anima sarà intrisa del sangue dei nostri compagni. Rosso come non mai. Uniti", scrive la 22enne Yin Moe Aye per ricordare i suoi amici caduti nella capitale commerciale Yangon. Qui le manifestazioni sono state animate soprattutto dalle risorse digitali della generazione Z, ma dietro c'è tutta l'intensa eredità delle lotte dei padri e dei nonni. "Sono sceso in piazza per voi", ha detto un signore di 65 anni ai giovani che lo salutavano fuori dal camioncino della polizia su cui veniva portato via: "Non voglio che anche la vostra generazione viva sotto una dittatura", avrebbe detto secondo quanto postato su Facebook da un testimone.
E fra chi non scende per strada c'è chi si occupa di far conoscere le proteste sui social: "Io distribuisco snack e acqua ai manifestanti e se la situazione si fa pericolosa cerco di dar loro riparo", ci dice ancora Yin Moe Aye su Whatsapp. I cittadini hanno formato un fronte solidale ma senza leadership contro i militari che ha bruscamente interrotto l'assaggio di democrazia iniziato nel 2015 con le prime elezioni libere dopo cinquant'anni di governo militare. Intanto la ex leader Aung San Suu Kyi, secondo quanto riportato sabato da Myanmar Now, è stata portata via dalla residenza nella capitale Naypyitaw dove si trovava agli arresti domiciliari e nemmeno i suoi colleghi di partito sanno dove si trovi.
Mentre emergono nuovi eroi della resistenza, dalla prima vittima 20enne, Mya Thwe Thwe Kaing, all'ambasciatore all'Onu Kyaw Moe Tun, tutti sembrano determinati a subire le conseguenze delle proteste, anche quelle economiche. Piuttosto fredda è stata anche la reazione nei confronti del colpo di Stato dei vicini dell'area Asean, Associazione di Stati del Sudest asiatico. Fioccano invece condanne da Unione Europea, Stati Uniti e Onu.
"Condanniamo con forza la crescente violenza contro i manifestanti in Myanmar e chiediamo ai militari di interrompere immediatamente l'uso della forza contro i manifestanti pacifici", ha detto ieri Ravina Shamdasani, portavoce dell'Ufficio Diritti Umani Onu in un comunicato. L'ambasciata americana a Yangon ha fatto sapere di avere "il cuore spezzato" alla notizia del gran numero di vittime. L'Unione Europea annuncia che prenderà presto "misure in risposta a questi sviluppi". Fra i birmani cresce però la preoccupazione che alle parole, o alle sanzioni, non segua alcun intervento più consistente. "Per favore, aiutateci", in molti scrivono sui social appellandosi direttamente alla comunità internazionale.











