di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 3 settembre 2026
Ci sono situazioni di palese pericolosità per l’incolumità degli altri, ma fuori dai casi limite tutto il resto è interpretazione e spesso questione di sensibilità dello stesso giudice. La custodia cautelare in carcere andrebbe limitata al massimo. E soprattutto, come prescrive una norma voluta dallo stesso ministro Carlo Nordio, a decidere di privare della libertà un cittadino prima del processo, dovrebbe essere un organo collegiale e non un giudice monocratico. Ci sono situazioni di palese pericolosità per l’incolumità degli altri, caso tipico quello di chi si metta all’improvviso a sparare sulla folla, in cui è evidente la necessità di isolare il comportamento violento. Ma, fuori dai casi limite, tutto il resto è interpretazione e spesso questione di sensibilità dello stesso giudice.
Il caso del cittadino di nazionalità bengalese residente a Torino, accusato di aver molestato, con modalità che sia il codice penale che la giurisprudenza qualificano come violenza sessuale, una ragazzina di tredici anni, è di quelli da esaminare con cura. C’è prima di tutto un aspetto di vera violenza mediatica, che andrebbe corretto, come ha già rilevato Simona Musco. Perché titolare “ragazzina stuprata, il giudice assolve il violentatore”, è aggiungere olio al fuoco. Sostanzialmente dice il falso. E vincola la stessa vittima a un marchio che lei stessa farebbe fatica a comprendere. Il reato c’è ed è dimostrato, come scrive la stessa giudice, di cui per fortuna, visti i tempi di gogne feroci, nell’ordinanza diffusa alla stampa è stato oscurato il nome.
L’indagato, un quarantenne nato in Bangladesh e residente a Torino, è commesso in un minimarket, dove la ragazzina va a comprare dei succhi di frutta per i fratelli. L’approccio ha poco di innocente, lui le chiede l’età, quindi sa di avere a che fare con una ragazza poco più che bambina. Non occorre conoscere il codice penale e neppure essere italiani di nascita per immaginare che l’approccio di un adulto nei confronti di un’adolescente ha qualcosa di poco sano. Ma si va oltre all’avvicinamento verbale e a un abbraccio, c’è quella mano sul seno che non può essere contrabbandata per gesto innocente.
Il quadro, dopo lo choc della ragazza e la denuncia della madre, è chiaro. Lo è soprattutto nelle parole della vittima, che la giudice riporta testualmente nell’ordinanza. “Mi sono sentita disgustata e avevo sensi di nausea, pertanto ho chiamato subito mia madre e l’ho informata di questo e a un certo punto dallo shock mi sono come bloccata e non riuscivo più a muovermi”. Sulla sua deposizione non ci sono dubbi, né il suo racconto presenta ambiguità o incertezze. Non siamo per fortuna di fronte a uno di quei casi in cui il primo esercizio, a volte anche giornalistico, è quello di mettere in discussione la parola della donna. Infatti è la stessa giudice a scrivere che “le dichiarazioni rese dalla persona offesa risultano intrinsecamente credibili, giacché logiche, precise e non contraddittorie”.
Del resto lo stesso molestatore non potrà negare, dal momento che ogni attimo del suo sgradito approccio è registrato dalle telecamere del minimarket, che anzi segnalano come, poco prima di esercitare violenza sulla ragazzina, lo stesso commesso avesse insidiato un’altra acquirente, una signora sui quarant’anni, che si era subito allontanata dal negozio. “Quadro gravemente indiziario”, dunque. E nessun dubbio sulla qualificazione del reato. È violenza sessuale. Il problema è nato, a quanto pare, nell’interpretazione data dalla giudice sulla misura cautelare da applicare nei confronti dell’indagato.
Il quale deve essere apparso, dopo l’indimenticabile esperienza di due giorni di carcere (che possono sembrare poca roba solo a chi non li ha mai vissuti), come sufficientemente traumatizzato. E, in difesa della giudice, che naturalmente è già stata sufficientemente bastonata non solo dalle belve da tastiera ma dall’intero mondo politico senza differenza di colore, possiamo solo chiederci quanta sia l’utilità del carcere in questo caso. L’indagato è parso affranto, per quanto, non dimentichiamolo, recidivo nell’arco di pochi minuti.
“Ho sbagliato - ha detto alla gip - non ho mai commesso reati, è la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere”. Affermazione ardita, quanto meno. Ha comunque fatto scandalo la decisione della giudice di tramutare la custodia in carcere nell’obbligo di firma. Nella speranza, dice il provvedimento, che “un contatto diretto con le istituzioni” sia “suscettibile di sensibilizzare l’indagato in merito alle violazioni delle norme commesse”.
Escluso, rispetto al commesso, il pericolo di fuga - perché si nota giustamente che dovrebbe essere concreto e attuale, saltato il rischio di inquinamento delle prove - forse perché le registrazioni parlano chiarissimo - resta, tra le previsioni dell’articolo 274 del codice di procedura penale, il punto dolente della reiterazione del reato. La giudice sottolinea la gravità della vicenda, visto il comportamento ripetuto e la minore età della ragazzina, e conclude che il quadro “evidenzia la difficoltà dell’indagato a contenere i propri impulsi”.
Però. C’è un però grande come un grattacielo, su cui riflettere. Tutti, magistrati, politici, giornalisti e anche gli ispettori mandati dal ministro Nordio. La giudice indica quattro ragioni che l’hanno decisa a derubricare la custodia in carcere e sostituirla con una semplice firma: l’indagato è incensurato, ha collaborato a mostrare le registrazioni, è stato già traumatizzato da un arresto che potrebbe avere effetto deterrente, e ha mostrato resipiscenza rispetto al proprio comportamento. Comprensibile il ragionamento e anche la decisione della gip, per molti di noi. Ma prima di poterla condividere, due interrogativi rimangono. Il primo: siamo sicuri che sia sufficiente frequentare un commissariato di polizia per capire il danno fatto e rompere i contatti mentali e comportamentali con una sub-cultura che ha radici lontane? Ma, d’altro canto, ecco il secondo interrogativo: è proprio il carcere lo strumento più adatto per il cambiamento di cultura e di certe abitudini?









