di Giorgio Pieri*
interris.it, 14 dicembre 2025
Il Giubileo del 2025, incentrato sulla Speranza, è per sua natura un tema in profonda continuità con il Giubileo Straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco nel 2015. Misericordia e speranza sono inseparabili: non può esistere speranza senza misericordia, né misericordia che non generi speranza. Quel Giubileo ci ha insegnato che la misericordia è più di un gesto; è un modo di essere che guarisce le relazioni umane e accoglie ogni esperienza. Misericordia, etimologicamente, deriva da miser (misero) e accordis (cuore): significa mettere nel mio cuore la miseria dell’altro e portarla insieme. È la capacità di farsi carico del peso degli altri. Questo atteggiamento apre alla speranza, perché nel momento in cui accolgo, offro all’altro la possibilità di ricominciare. La speranza è dunque radicata nella misericordia. Papa Francesco, aprendo il Giubileo non solo con la Porta Santa di San Pietro ma anche con quella di un carcere - un gesto mai accaduto prima - ha compiuto una vera e propria rivoluzione interiore.
Certamente, per chi vive nel mondo penale, parlare di speranza può apparire una beffa. I numeri sono impietosi: quasi 11 milioni di detenuti nel mondo, equivalenti alla popolazione di una nazione come il Portogallo. In Italia, 85 suicidi in carcere nel 2024, a cui se ne aggiungono 7 nella Polizia Penitenziaria. Eppure, nelle comunità educanti, la speranza rinasce ogni volta che incontro un “recuperando” che desidera sinceramente un cambiamento. Si tratta di saper guardare la realtà oltre i numeri, riconoscendo il bisogno di felicità e di bene che è insito in ogni persona. Cosa c’è di così misterioso dentro un carcere da poter dare speranza al mondo intero? Il mistero della salvezza dentro la sofferenza della detenzione. “Ero detenuto e siete venuti a visitarmi”: Dio è presente nella carne del sofferente, e questa presenza salva.
Quando sento le parole del celebrante - “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” - penso che l’Agnello, Cristo, è lo stesso che era in carcere. Allora, in un certo senso, possiamo dire: ecco questi detenuti che tolgono il peccato del mondo. Sono persone che hanno sbagliato e devono pagare la loro responsabilità, questo è indiscutibile. Ma al tempo stesso, la loro colpa è anche un peccato e una colpa di tutta la società. Loro espiano un male che non è solo il loro, bruciano il male di questo mondo espiando la pena.
C’è un mistero della salvezza che passa anche attraverso il sacrificio e la sofferenza. Le membra meno onorate sono in realtà quelle che ci portano verso la salvezza. Questo non è un concetto razionale, ma si vive nella fede. Nelle realtà di accoglienza, l’uomo non è il suo errore. L’errore, derivante da errare, non è altro che una deviazione nella ricerca della felicità. Il male, che resta un mistero, cresce nelle ferite del cuore, spesso originate in ambito familiare. Abbiamo scoperto che le fragilità, se riconosciute e accettate, possono diventare risorse. Ho chiesto ad Antonio, un “recuperando”, quale fosse la cosa più bella colta in comunità, e lui mi ha risposto: “Le mie fragilità”. Antonio ha scoperto che le nostre fragilità contengono un’energia di bene che dobbiamo mettere a disposizione dell’umanità.
Ai “fratelli delinquenti” dico: imparate a guardarvi dentro e a scoprire, oltre all’errore, la risorsa che è in voi. Come diceva Don Oreste, “un detenuto è un bene che manca alla società intera”. La comunità (da cum munus: dono e obbligo) è il luogo dove si tira fuori questo bene. È il luogo dove si sperimenta la trasformazione dall’egocentrismo all’alterocentrismo, la via della felicità che si trova nel donare se stessi agli altri, non nell’accumulare per sé.
Parafrasando Papa Francesco, la comunità è un “ospedale di campo”. La sala operatoria è la cappellina; il medico, il chirurgo, è Gesù. Noi siamo infermieri e facilitatori del bene, ma chi guarisce è Lui, che non è venuto per i giusti ma per i peccatori. Questa speranza si concretizza anche in incontri di vita, come quelli avvenuti durante il Giubileo (dalle camminate ai ritiri, all’incontro con le Clarisse recluse per amore). Essa si è tradotta in un atto di giustizia: dopo 21 anni, siamo riusciti a ottenere una legge che riconosce l’albo di comunità e la possibilità di accogliere detenuti comuni tramite una retta. Questo restituisce dignità sia alle comunità sia alle persone che hanno bisogno di essere accompagnate.
Il cammino giubilare, come il miracolo del paralitico, inizia con l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, per poi concludersi nella libertà e nell’autonomia: “Prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. La speranza è in quest’incontro.
*Responsabile del progetto Cec (Comunità educanti con i carcerati) della Comunità Papa Giovanni XXIII











