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di Enrico Rossi*

pensalibero.it, 15 dicembre 2025

Oggi, nel Giubileo dei detenuti, a Roma si parla di “speranza”, di dignità per le persone che sono in carcere. In Vaticano l’evento dura dal 12 al 14 dicembre e stamattina c’è la Messa in San Pietro: un rito pubblico che obbliga tutti - credenti e non - a domandarsi in quali condizioni versi il nostro sistema carcerario. La fotografia è questa: 63.868 persone detenute a fine novembre, con una capienza regolamentare di 51.275 posti, ma soprattutto con posti effettivamente disponibili scesi a 46.124 perché migliaia di celle e sezioni sono inagibili o chiuse. Più che un “sovraffollamento”, è una compressione quotidiana di corpi e di vita, con un sistema che lavora oltre la soglia minima di sicurezza. I numeri della disperazione li ricorda Antigone: nel 2024 i suicidi sono stati 91 (un record) e nel 2025 l’emergenza non si è fermata e ha raggiunto parlano i 74 suicidi (più altri decessi e casi da accertare).

Il sovraffollamento non nasce dal nulla. Nasce da scelte politiche precise e da inerzie. Nasce dall’uso del carcere, tanto caro alla destra estrema e neofascista, come risposta standard e facile a fragilità sociali, dipendenze, marginalità ed è frutto del riflesso di mettere dentro quello che fuori non sappiamo gestire, del giustizialismo populista che promette la gogna in cambio di voti. Ci sono inoltre anche la lentezza con cui si applicano (quando si applicano) misure alternative e “uscite” previste già dall’ordinamento: se fuori mancano soluzioni adeguate il carcere resta il contenitore di default. Per questo suona stonata, perfino cinica, la discussione politica di questi giorni.

Mentre il sistema è al collasso, dalla seconda carica dello Stato, Benito La Russa, ci viene proposta la scorciatoia del “mini-mini-indultino” o del “fine pena a casa” “entro Natale”: una misura eccezionale, temporanea, selettiva, raccontata quasi come un gesto di buon senso stagionale nell’atmosfera buonista del Natale. Il problema non è discutere le singole misure. Il problema è la pochezza della cornice. Gli interventi che “sgonfiano” le carceri sono tutti da promuovere. Ma il punto è un altro: cambiare i flussi in ingresso, accelerare davvero i percorsi alternativi, investire subito su salute mentale e personale, riaprire spazi di lavoro e formazione, impedire l’uso automatico della cella come risposta a tutti i problemi sociali.

Nel giorno del Giubileo dei detenuti, la situazione drammatica delle carceri pesa il doppio. Oggi, non stiamo parlando di un tema “per specialisti”: stiamo parlando di un punto importante della Costituzione: se una pena non rieduca, non è giustizia: è solo vendetta sui corpi, annullamento della persona e accumulo di rabbia che di scatenerà ancora. Oggi, mentre a Roma si attraversa una Porta Santa, dovremmo aprire anche la porta di una politica penitenziaria che smetta di vivere di emergenze, annunci e pannicelli caldi.

Marx non parla solo del solito comodo aforisma sulla “civiltà misurata dalle prigioni”. Ma lancia un’idea critica che fa riflettere sulla società in cui viviamo: la legge non è neutrale, e spesso ciò che chiamiamo “crimine” è anche il modo con cui una società classifica e governa i suoi conflitti. Attorno al crimine e alla punizione nasce un’intera filiera - codici, tribunali, polizie, carceri, carriere - una macchina che si autoalimenta e che finisce per avere interesse a restare in moto a creare emergenze e così attrarre risorse e crescere. Per questo il sovraffollamento non è un incidente: è una scelta. È lo Stato che dice: non so prendermi cura, non so prevenire, non so includere; so solo “sbattere in carcere”, e chiudere la porta. Oggi parleranno Meloni a Atreju e Schlein all’assemblea del partito. Spero che Meloni non parli di questo argomento perché da lei mi aspetto solo veleno verso i detenuti. Confido invece che ne parli la segretaria del PD con spirito di umanità verso chi è in una cella e con un’analisi critica di una società che ha fatto del carcere la discarica sociale.

*Presidente della Regione Toscana dal 2010 al 2020, membro del Comitato europeo delle regioni (CoR)