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di Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera, 2 novembre 2024

Per la prima volta Papa Francesco aprirà una Porta Santa in prigione, l’unica al di fuori di quelle tradizionali. Il riferimento è al capitolo 25 del Vangelo di Matteo: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” Pare che anche Dante non avesse voluto mancare, nonostante tutto. Il primo Giubileo era stato indetto il 22 febbraio 1300 da Papa Bonifacio VIII, personaggio in verità poco raccomandabile che il poeta detestava, con ottime ragioni, tanto da riservargli un posto all’Inferno (“Sè tu già costì ritto,/sè tu già costì ritto, Bonifazio?”, s’inganna il predecessore Niccolò III, infilato a testa in giù in una buca, credendo sia già arrivato) tra i simoniaci della terza bolgia.

La faccenda è interessante perché la descrizione che Dante fa di Roma in pieno Anno Santo, sette secoli abbondanti fa, non è poi così diversa da quello che si prospetta ora: quando nel XVIII dell’Inferno descrive la congestione di Malebolge, la paragona alla marea di pellegrini che attraversava in due flussi opposti ponte Sant’Angelo “l’anno del Giubileo”, una descrizione così vivida da far pensare a un testimone oculare. Va così da allora, pazienza. Perché un Giubileo non è solo cantieri infiniti e un traffico infernale, l’essenziale sta altrove. E il primo a metterlo in chiaro è stato proprio Francesco: decidendo si aprire una Porta Santa in un carcere, il 26 dicembre a Rebibbia. Sarà l’unica al di fuori di quelle tradizionali che il pontefice aprirà nelle quattro basiliche papali di Roma: il 24 dicembre in San Pietro, il 29 a San Giovanni in Laterano, il 1° gennaio 2025 a Santa Maria Maggiore e il 5 gennaio a San Paolo fuori le Mura.

La scelta è passata quasi inosservata, anche se è la prima volta che un Papa apre una Porta Santa in prigione. Del resto, non poteva essere altrimenti: nessuno più dei carcerati è invisibile, in Italia quest’anno si contano già 77 suicidi nell’indifferenza quasi generale, l’associazione Antigone calcola una popolazione di 62 mila persone stipate in celle che potrebbero contenerne 51 mila. Eppure è proprio questo il punto. Fin dall’inizio del pontificato Francesco ha esortato soprattutto i giovani ad andare “controcorrente” e pochi mesi dopo l’elezione, alla Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, rispose così ai ragazzi che gli chiedevano cosa fare della loro vita: “Leggete le Beatitudini e il capitolo 25 di Matteo, lì c’è tutto”.

Il capitolo 25 di Matteo è quello nel quale Gesù parla del Giudizio Universale e dell’atteggiamento che quel giorno distinguerà i giusti dai dannati: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”, dice tra l’altro. Per questo il Papa ha visitato una quindicina di carceri durante i suoi viaggi e per due volte, proprio a Rebibbia, è andato a celebrare la messa del Giovedì Santo con il rito pasquale della lavanda dei piedi. Così nel gesto di Francesco, in apertura del Giubileo, c’è un significato duplice.

Il primo, e più concreto, è richiamare l’attenzione generale sul popolo dei dimenticati delle carceri: “Propongo ai governi che nell’anno del Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi”, ha scritto nella Bolla di indizione. Il secondo ha a che fare con il senso stesso dell’Anno Santo e del suo pontificato, in un mondo segnato dalla secolarizzazione e dalla crisi della fede, soprattutto in Occidente: il ritorno ai fondamentali, all’essenziale del Vangelo “sine glossa”.

Il tema del Giubileo 2025 è “pellegrini di speranza”; la bolla di indizione si intitola “Spes non confundit” e si riferisce a un passo della Lettera ai Romani di San Paolo che il Papa richiama subito per spiegare, di là dai problemi organizzativi, di che si tratta: “Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo… La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.