di Michele Anzaldi
huffingtonpost.it, 8 gennaio 2025
Ricordare la prigione di San Leo ci fa capire quanta strada e quanti misfatti sono stati perpetrati dall’uomo, eccessi che almeno in Europa non esistono più. Ma le parole e gli atti del Papa ci ricordano che, in una pratica delicata e complessa come la carcerazione, c’è ancora molto da fare. Non so bene perché, ma mi è arrivata su WhatsApp una foto dell’apertura dell’anno giubilare nella Cattedrale di San Leo (Rimini). All’apparenza è una delle numerose chiese che celebreranno il Giubileo 2025. Per i siciliani San Leo non è un posto qualunque, o meglio per gli appassionati di alchimia, di paranormale, di magia e per gli studiosi di massoneria, ma soprattutto per i pochi che si occupano di maltrattamenti e delle condizioni inumane riservate ai detenuti, quel luogo è un simbolo.
A San Leo, infatti, si trova una delle prigioni più dure e famose della storia, la fortezza o meglio la tomba in cui fu rinchiuso il Conte di Cagliostro, conosciuto (a Palermo) come Giuseppe Balsamo. La vita di Cagliostro è molto conosciuta e raccontata con passione dai palermitani, e vale la pena di essere riassunta non solo per l’abilità e la furbizia dell’uomo, ma anche per ricordare la cattiveria e gli abusi che altri uomini riescono a perpetrare sui loro stessi simili.
Giuseppe Balsamo nasce a Palermo nel 1743 in una normalissima famiglia palermitana, il padre commerciante e la madre casalinga. A seguito della morte del padre viene mandato a studiare, dai preti del convento del Fatebenefratelli, l’applicazione delle erbe mediche sull’uomo. Dopo qualche anno e tanti espedienti e imbrogli, Balsamo lascia la Sicilia e si trasferisce a Roma, dove inizia una brillante e soprattutto movimentata vita di alchimista e guaritore.
In questo campo diventa famoso e rinomato tanto da essere invitato e accolto nelle più grandi corti d’Europa, addirittura a Londra, San Pietroburgo, dove riesce a farsi notare da personalità come Schiller e Goethe (che nel suo celebre “viaggio in Italia”, subito quando sbarcò a Palermo chiese informazioni e fece ricerche sulle origini del Conte Cagliostro).
Si narra addirittura di un suo coinvolgimento nel famoso “Affaire du collier” alla corte di Versailles, un complotto ordito da alcuni nobili ai danni del cardinale di Rohan e per diffamare la regina Maria Antonietta. Roma, ieri come oggi, è la città ideale per una personalità vivace come quella di Cagliostro, e infatti inizia la sua attività di falsificatore di documenti, diplomi, sigilli e quanto altro. Tutta una serie di imbrogli che, dopo un periodo di successo, lo porta a scappare via dall’Italia in Francia, dove conosce tra i tanti anche Giacomo Casanova, che lo definisce “un genio fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un’esistenza laboriosa”.
Una vita spettacolare che gli consente di girare con successo tutti i paesi d’Europa: Londra, Parigi, Spagna, Portogallo, Belgio, Germania, Malta e altri, ovunque prima ricercato, ossequiato, e poi costretto a fuggire. Ma questa vita piena di espedienti, false guarigioni e trucchi di ogni tipo trova una battuta di arresto quando decide di fondare a Londra una loggia massonica di rito egiziano e di assumere il titolo di gran cofto. Il Sant’Uffizio a questo punto decide che va fermato e il 27 dicembre del 1789 viene arrestato e rinchiuso nelle carceri di Castel Sant’Angelo. Viene sottoposto a un durissimo processo che alla fine lo condanna a morte per eresia e dispone la distruzione di tutti i suoi manoscritti.
Cagliostro a questo punto, disperato, rinuncia pubblicamente ai principi della sua dottrina massonica, e così ottiene che la sua condanna a morte venga commutata in carcere a vita, da scontare nelle prigioni di San Leo. Per descrivere le inaccessibili e inospitali carceri di San Leo forse la cosa migliore è citare la descrizione che ne fa monsignor Gianmaria Lance, archiatra pontificio: “Non sono carceri ma sepolture… Non si sa in Roma che cosa sono le carceri di San Leo, onde sopra la sicurezza delle medesime si appoggia la facilità di mandarvi frequentemente lì delinquenti, quantunque il signor Castellano non lasci di descrivere in Roma la pessima qualità delle spelonche”.
Cagliostro, a causa delle sue presunte abilità magiche e nel campo dell’alchimia, viene considerato un pericolosissimo detenuto e a rischio elevatissimo di fuga, e quindi viene relegato nella più sicura e più dura delle celle, la cosiddetta camera del pozzetto. Una cella di tre metri per tre, da dove si accede da una botola sul soffitto. Il detenuto viene calato e i viveri una volta al giorno vengono calati dal soffitto. Unica apertura una piccolissima finestra con triplice inferriata, da dove si vede solo la cattedrale.
Chiaramente queste condizioni, insieme a freddo e umidità, fanno sì che nonostante l’ottima salute Cagliostro, dopo poco si ammali e muoia in cella. E finisce così la vita di questo innocuo ma geniale Mandrake siciliano. Oggi per fortuna non esistono più queste folli sentenze della Chiesa e neanche queste ignobili e inumane condizioni carcerarie, ma rimane un problema di dignità del carcerato.
Un problema che ha denunciato il Papa, proprio nell’apertura di questo stesso Anno Giubilare celebrata nel carcere di Rebibbia, con parole inequivocabili: “La prima Porta Santa l’ho aperta a Natale in San Pietro, ma ho voluto che la seconda Porta Santa fosse qui in un carcere. Ho voluto che ognuno di noi tutti che siamo qui, dentro e fuori, avessimo la possibilità anche di spalancare le porte del cuore e capire che la speranza non delude”.
Visitare la prigione di Cagliostro a San Leo ci fa capire quanta strada e quanti misfatti sono stati perpetrati dall’uomo, eccessi che almeno in Europa non esistono più. Ma le parole e gli atti del Papa ci ricordano che in una pratica delicata e complessa come la carcerazione c’è ancora molto da fare, e non domani ma oggi. Il rischio è quello di ammettere lo sbaglio dopo avere distrutto, in maniera esemplare, la vita di un innocuo ma geniale personaggio come Cagliostro.









