di Giorgio Romeo
La Stampa, 14 febbraio 2023
Duplice femminicidio a Catania. Parla il magistrato che nel 1997 fece arrestare La Motta per omicidio: “Rischiamo la liberazione in massa dei mafiosi presi negli Anni 90”. “Chi ha commesso fatti così gravi, non può tornare libero se c’è il rischio che continuerà ad uccidere. Altrimenti lo Stato cosa potrà dire ai parenti delle vittime?”.
Con questa frase, affidata a un post su Facebook, il magistrato Sebastiano Ardita, che nel lontano 1997 in qualità di pm aveva chiesto l’arresto e l’ergastolo per Salvatore La Motta - l’uomo che sabato mattina ha ammazzato due donne prima di uccidersi davanti alla caserma dei carabinieri di Riposto - ha commentato un fatto di cronaca che ha scioccato non solo la cittadina etnea, ma anche tutto il paese.
Ardita, già membro del Csm, magistrato attualmente in organico alla procura di Catania, è stato anche per dieci anni alla guida dell’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Abbiamo cercato di capire con lui alcune dinamiche che riguardano la gestione dei permessi dei detenuti e alcuni possibili limiti del nostro ordinamento.
Un condannato all’ergastolo per omicidio e mafia, può ricevere permessi premio? Non è previsto il cosiddetto ergastolo ostativo?
“Tecnicamente non ci sarebbe stato spazio per la semilibertà, trattandosi di omicidi commessi in contesti e con modalità di mafia. Questa vicenda - come tante altre - spiega come, anche prima della recente riforma, l’ergastolo ostativo e il divieto di benefici per i mafiosi fondati sull’articolo 41 bis presentassero delle falle considerevoli, presenti nelle pieghe dell’ordinamento. Ma questo non basta a spiegare il problema: il punto è che in un sistema come il nostro - basato sulle carte e non sui controlli - c’è chi va in cerca di titoli per costruirsi un curriculum da detenuto modello, al solo scopo di uscire dal carcere e continuare a delinquere. Del resto, la subcultura mafiosa si basa oltre che sulla violenza anche sulla falsità e sull’inganno. Non dovremmo essere sorpresi di ciò”.
Nel 1997 lei era il pubblico ministero che chiese l’arresto di Salvatore La Motta per l’omicidio di Nardo Campo, un delitto compiuto nel pieno centro di Giarre. La Motta all’epoca era anche coinvolto in altri fatti di mafia e nel dibattimento lei chiese per lui la condanna all’ergastolo. Cosa ricorda di quel periodo?
“Il processo nacque dalla collaborazione di un mafioso di Acireale e fece luce sulla presenza devastante di Cosa nostra in tutta la fascia ionica della provincia etnea, fino a quel momento mai seriamente intaccata da indagini e processi. Si riuscì a fare luce su circa 50 omicidi e una innumerevole quantità di estorsioni ed altri reati, con circa 200 misure cautelari e sfociando in due maxiprocessi. Mafiosi ed assassini furono tolti dal territorio, mentre per anni avevano terrorizzato commercianti e cittadini che ci ringraziavano per quel lavoro”.
Con quali parametri si valuta la pericolosità di un detenuto? Si è trattato di un errore di valutazione o è il sistema ad avere delle lacune?
“La magistratura di sorveglianza cui spettano queste decisioni è spesso chiamata a decidere su atti formali che danno conto di buona condotta e partecipazione all’opera di rieducazione. Il punto è che il nostro sistema penale non prevede reali verifiche mirate a valutare il comportamento del detenuto in semilibertà. Non esiste un corpo demandato ed un reale controllo di polizia su come si comporta un semilibero. Nei Paesi anglosassoni una pattuglia della polizia penitenziaria si reca ogni giorno nella loro residenza e monitora comportamenti e abitudini. La frequentazione di un pregiudicato o anche l’uso di sostanze vietate porta all’immediata la revoca della misura”.
Da un lato il “caso Cospito” e il dibattito sui diritti dei detenuti al 41 bis, dall’altro questa vicenda. In che modo tutto ciò impatta sui ragionamenti legati alla possibilità di reinserimento in società degli ex detenuti?
“Queste vicende generano confusione e smarrimento nella pubblica opinione e spesso polemiche politiche, da cui derivano decisioni avventate. L’errore più grave sarebbe di nuocere alla funzione rieducativa della pena negando opportunità a quei detenuti che vorrebbero realmente cambiare vita. Ma anche a voler accettare l’idea che un mafioso possa rompere i legami con l’associazione, occorre comprendere che si tratta di rarissime eccezioni, mentre noi oggi così rischiamo di fatto una liberazione di massa dei boss arrestati negli Anni 90. Perché avviene che gli istituti pensati per gli emarginati vengano applicati ai mafiosi, restituendo l’immagine di uno stato forte coi deboli e incapace di contrastare la grande criminalità. Il rischio è di tornare al clima degli Anni 90”.










