di Eleonora Martini
Il Manifesto, 27 dicembre 2024
Il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze: “Lo Stato si arrende se continua a custodire i suoi condannati in condizioni di estremo degrado”.
Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, alla cerimonia religiosa di ieri a Rebibbia hanno partecipato molti di coloro che hanno il potere di adeguare le carceri al dettato costituzionale, oltre che alla legge di Dio. Che peso ha questo evento simbolico?
Bisognerebbe raccogliere l’invito del Papa quando parla di dare un nuovo orizzonte di speranza ai detenuti, gli ultimi. La situazione ormai ha raggiunto livelli intollerabili sia per il sovraffollamento - siamo quasi ai numeri che hanno condotto alla condanna di Strasburgo nella sentenza Torreggiani del 2013 -, sia per le condizioni strutturali che stanno progressivamente peggiorando, con celle infestate da cimici, roditori, e detenuti ammassati in condizioni igieniche molto precarie. La politica, l’unica che può agire, non dovrebbe perdere questa occasione per riflettere e adottare soluzioni, anche per non trovarci fra pochi anni di nuovo una condanna della Corte dei diritti dell’uomo.
Il ministro Tajani ha una sua ricetta: “Intervenire sulla carcerazione preventiva, pena in comunità per i tossicodipendenti, più giudici di sorveglianza e agenti della penitenziaria”. Le sembra una giusta riflessione?
Va tutto bene, ma mancano altre cose e così non risolve il problema dei grandi numeri. L’abbiamo sentita molte volte la promessa di mandare in strutture adeguate i detenuti con problemi di dipendenza ma onestamente ancora non abbiamo visto nulla. L’unica soluzione trovata è il commissario straordinario per l’edilizia carceraria, che è una buona cosa, purché i tempi siano contenuti.
Il primo passo doveva essere nel Decreto carceri, dove tra le urgenze c’era la lista delle comunità per la detenzione domiciliare dei tossicodipendenti e dei malati psichiatrici...
Questa lista ancora non c’è. E soprattutto non basta, perché troppo spesso c’è carenza di posti nelle comunità. Che sono costose e quindi c’è un problema di finanziamento. Riguardo la carcerazione preventiva si è fatto già molto: i detenuti in attesa di giudizio sono notevolmente diminuiti rispetto a molti anni fa, non credo si possa fare ancora granché. La popolazione detenuta è fatta oggi soprattutto di condannati definitivi, la stragrande maggioranza dei quali ha residui di pena al di sotto dei 2 o 3 anni: bisogna agire su questa fascia. Occorre investire sulle misure alternative ma anche sul ritorno alla vita libera. Quindi oltre ai giudici di sorveglianza ci vogliono più educatori, assistenti sociali e funzionari giuridico pedagogici, perché il programma di trattamento è fondamentale per il reinserimento esterno.
Un’amnistia o un indulto avrebbero senso oggi?
Sarebbe l’unica soluzione efficace, anche se sicuramente non strutturale, per risolvere subito il problema. Ovviamente si può anche pensare a un provvedimento di clemenza condizionato ad alcune attività riparatorie, come previsto dalla legge, per ridurre l’impatto sull’opinione pubblica. Perché io penso che al momento non vi siano le condizioni politiche per un’amnistia o un indulto, anche se si dovrebbe approfittare dell’anno del Giubileo per questo atto di clemenza che non è una resa dello Stato. In tutti gli Stati del mondo esistono gesti di clemenza e lo prevede la nostra Costituzione. Credo, invece, che arrendersi significa proprio consentire che lo Stato continui a detenere i suoi condannati in condizioni di estremo degrado.
Cosa ha fatto aumentare ancora di nuovo vertiginosamente i numeri dei reclusi?
Se si creano anche nuove ipotesi di reato, se diminuiscono le possibilità di accesso alle misure alternative, e se si fanno mancare all’esterno le strutture di supporto necessarie per prevenire reati bagatellari, è ovvio che i detenuti aumentano sempre più. A partire dagli Stati generali del 2015, e poi con la commissione Giostra del 2017, da anni si fanno progetti per il reinserimento sociale. Progetti che rimangono nel cassetto. Se invece si continua solo sulla strada della repressione, il carcere si riempirà sempre di più e quindi bisognerà ogni tanto fare necessariamente dei provvedimenti di clemenza. Non c’è altra soluzione.
Dice Bergoglio che in carcere ci sono solo “pesci piccoli”...
La maggior parte dei reati non è caratterizzata da violenza alla persona. Per questo tipo di detenuti però immaginare qualcosa di diverso dal carcere implica una riforma del sistema penale. Allora una misura immediata che secondo me avrebbe potuto dare un po’ di respiro era quella liberazione anticipata allargata contenuta nella proposta che c’era in Parlamento (Giachetti, ndr). Non c’era nessun regalo: solo per chi lo meritava, a giudizio del magistrato di sorveglianza, i giorni di riduzione della pena ogni sei mesi aumentavano da 45 a 60. E invece secondo me la situazione è peggiorata con il decreto 92 del 4 luglio (Dl Carceri, ndr) che ha modificato la modalità di concessione del beneficio della liberazione anticipata, con un impatto sulla ciclica aspettativa del detenuto che aveva una funzione di incentivo, uno sprone per la rieducazione.
Che effetti avrà il ddl sicurezza se non verrà modificato?
Limitandomi agli aspetti che riguardano il carcere, vedo soprattutto due punti molto problematici: l’eliminazione dell’obbligatorietà del differimento della pena per le madri detenute, perché apre ad una decisione del magistrato che rende di fatto il percorso più lungo e difficile, in quanto ogni volta bisogna valutare se prevale l’interesse del minore o la sicurezza sociale. E poi c’è l’introduzione del reato di rivolta in carcere, configurato come qualunque comportamento di opposizione anche pacifica del detenuto. Chi conosce il carcere sa che ogni giorno c’è un detenuto che si rifiuta di tornare in cella, perché magari ha paura di qualcosa o per altri mille motivi. Non si può ritenere reato il semplice opporsi a un ordine dell’autorità interna al carcere.
E allora per tornare alla domanda iniziale, è stata solo una passerella politica questa giornata a Rebibbia?
Queste sono valutazioni che non spettano a me: da tecnico posso solo dire che sono seriamente preoccupato perché quotidianamente vedo situazioni insostenibili. Anche il carcere di Sollicciano è emblematico per lo stato di degrado. Vedo molta sofferenza, molto disagio e anche psichico, vedo abuso di psicofarmaci. Questi sono problemi che dovrebbero essere affrontati seriamente. Trovare soluzioni per dare a questa enorme popolazione reclusa un po’ di speranza.










