di Michele Passione
Il Dubbio, 31 ottobre 2026
Una riflessione sull’indipendenza dei magistrati, sugli attacchi della politica e sul dovere degli avvocati di difendere i diritti fondamentali. Sono passati due giorni da quando la giudice per le indagini preliminari di Milano ha ordinato l’immediata liberazione di Youssef Siher, ritenendo insussistente il quadro indiziario per i gravissimi reati contestatigli, per non parlare del pericolo di fuga. L’ordinanza è nota, e non si intende qui analizzarla nel suo contenuto giuridico, ovviamente per qualcuno opinabile; se la Procura riterrà opportuno impugnarla avrà modo di farlo, e si vedrà se l’eventuale gravame troverà accoglimento.
Quasi per pudore tralascio le aberrazioni istituzionali che hanno accompagnato il provvedimento citato, per un verso espressione di totale disprezzo per la separazione dei poteri, per altro di assoluta ignoranza dei meccanismi che governano la fase cautelare, mentre ancora ieri sera ho sentito da destra, in prima serata, lo stupore ieratico di chi affermava “deve tutto a noi italiani […] ma all’improvviso arriva una gip, povero cucciolo […] gli abbiamo dato tutto”. Irresponsabili.
Abbandono dunque il campo dell’analisi e della critica giuridica, che non mi appassiona, ovviamente augurandomi che il dissenso radicale possa ancora e sempre esprimersi in piazza senza timori e senza violenze, da una parte e dall’altra, e neppure mi interessa analizzare l’ordinanza milanese alla luce dell’esito referendario, quale affermato e risibile esempio dell’inutilità della proposta di riforma costituzionale, bocciata nelle urne. A breve si andrà a votare, e quel tema politico (che resta sul tavolo - e del resto separare è un infinito presente - ) corre il rischio di essere sostituito da altro, in una sorta di accumulo di scorie che si depositano volteggiando pericolosamente nell’aria.
Oggi si apre a Brescia il congresso straordinario dei penalisti, che (anche) sul tema della “necessità di cambiare passo sul piano della comunicazione” (come affermato dal Presidente Petrelli) concentrerà i suoi lavori; di cambiamento più in generale pure si parlerà, e della necessità di raccontare i diritti anche fuori dalle aule di giustizia. E del resto, sono passati 35 anni dall’uscita de L’età dei diritti, nel quale si affermava che i diritti nascono con l’intento di difendere gli esseri umani dal Potere, da ogni forma di Potere.
Ed è dunque muovendo dalla premessa del filosofo torinese, e con le lenti dell’oggi terribile, che è possibile cogliere il significato pieno dell’aggettivo congressuale, straordinario, ché tale è il contesto in cui viviamo. Lo Zeitgeist propone ordine e disciplina, ovviamente orientati; la sicurezza, l’ordine pubblico, piuttosto che la giustizia sociale. Raccontare i diritti, però, viene dopo il loro esercizio e la loro difesa, ché l’azione in giudizio per la difesa dei propri diritti è essa stessa il contenuto di un diritto (Corte cost., sent. n. 26/1999).
Quell’azione è la nostra, degli Avvocati (ovunque cercavo un difensore, il quale dappertutto è necessario, ricordava Massimo Nobili, citando Kafka), ed allora non comprendo come possano farsi distinguo anodini a margine della decisione della giudice di Milano, a proposito del reciproco rispetto dei confini istituzionali. Essere e apparire indipendenti dovrebbero essere prerogative di chiunque eserciti il potere terribile di condizionare la vita degli altri, nel bene e nel male, ed anche di chi, senza il potere dello Stato, ha un potere più piccolo, ma sempre importante, quello di dire le cose come stanno, altrimenti le scorie continueranno ad intossicare il dibattito pubblico, mentre avremmo bisogno di altro.
Così lo dico qui, visto che qualcuno lo ha detto, da destra, senza vergogna, e non vorrei mai che vi fossero fraintendimenti. All’appello dei giuristi per Gaza, “per testimoniare che le coscienze di chi ogni giorno contribuisce all’amministrazione della giustizia non sono indifferenti alle ingiustizie perpetrate nei confronti dei più deboli, e per fare appello a tutte le istituzioni perché si pretenda il rispetto del diritto e dei diritti fondamentali dei civili” hanno risposto in tanti; magistrati, avvocati, accademici. Senza distinzioni di ruoli, uniti da un comune sentire, abbiamo scritto il nostro nome.
La trasversalità favorisce l’incontro con l’altro, aiuta a comprendere, ma c’è una linea di displuvio che non può essere superata, ed è quella dei diritti fondamentali. Quando un giudice si fa tribuno del popolo e arringa le folle sta facendo un altro mestiere, quando si invoca la Costituzione con la pretesa di interpretarla meglio di altri si fa esercizio di parte, ma quando la schiena resta dritta di fonte al “e davvero non comprendo”, senza curarsi dello sdegno popolare, non possono esserci equivoci.









