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di Alessandro De Nicola


La Stampa, 19 luglio 2021

 

La visita del premier Mario Draghi e del ministro Marta Cartabia al carcere di Santa Maria Capua Vetere non è stata una gita, ma un atto di grande responsabilità istituzionale. Entra adesso di prepotenza nel dibattito pubblico in Italia il problema della funzione della pena.

Per chi ritiene che essa abbia una funziona meramente afflittiva, un trattamento severo (non illegale, ma duro) dei detenuti può avere senso. Le colonie penali esistenti fino a non molti decenni fa anche in stati democratici ne sono un esempio. Le condizioni terribili di molti penitenziari in paesi autoritari rappresentano bene questa attitudine. La nostra Costituzione risolve la questione sancendo all'art 27 che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Si tratta di un principio di civiltà assolutamente condivisibile ed in più è pure efficiente per la società nel suo insieme.

Vediamo di capire il perché. La sanzione nei confronti di chi viola le regole sociali, soprattutto quelle penali, è sempre stata oggetto di riflessione profonda. Dall'"occhio per occhio, dente per dente" al "chi è senza peccato scagli la prima pietra" neppure la Bibbia fornisce indicazioni univoche. Partendo dalla legge del taglione, che è la più antica (prima della Legge ci si affidava alla vendetta personale o di clan), essa è alla base della funzione retributiva della pena. Il senso di giustizia diffuso in tutte le società umane richiede che chi commette il male sia punito. Si può perdonare l'offesa personale, ma nessuno ha il diritto di scusare il male fatto ad altri. Naturalmente è il diritto che si prende carico di questo ruolo punitivo affinché, come dicevano i giuristi romani, ne cives ad arma veniant (i cittadini non si scannino tra loro).

Lo scopo della pena, però, non si esaurisce qui. Quando essa significa privazione della libertà, per esempio, essa ha anche l'obiettivo di togliere di circolazione un elemento socialmente pericoloso che potrebbe nel frattempo delinquere ancora. Vengono poi in gioco l'effetto deterrente speciale e quello generale. Speciale perché si presuppone che a chi sia stata inflitta una sanzione per un comportamento illecito passerà la voglia di cadere nuovamente in errore per non essere ancora castigato. Generale, poiché è l'intera comunità di cittadini che è scoraggiata dal commettere reati per paura delle conseguenze.

Sotto questo profilo, verso la fine del secolo scorso sono fioriti gli studi di analisi economica del diritto per risolvere la questione se sia meglio infliggere sanzioni pesanti più raramente o pene lievi molto frequentemente. Spieghiamoci: se il bottino di un crimine vale 10, il delinquente razionale sarà scoraggiato dal commetterlo se la sanzione che si può aspettare è più alta e tale sanzione si calcola moltiplicando il valore della stessa, diciamo 100, per le probabilità di beccare il reo, assumiamo 20% (ossia 0,2). Quindi 100 x 0,2 = 20, che è più alto di 10 e perciò la pena è un deterrente sufficiente a scoraggiare l'illecito. Lo stesso risultato, 20, tuttavia, lo si raggiungerebbe con il 40% di possibilità di infliggere una sanzione di 50: 50 x 0,4=20. E allora cosa scegliere?

A parità di deterrenza, meglio la prima soluzione, perché costa meno allo Stato. Pensiamo alle multe per divieto di sosta. Per avere il 40% di possibilità di beccare tutte le auto in divieto ci vogliono molti più vigili che se ci si accontenta del 20%, senza contare i costi di riscossione (o di imprigionamento nel caso la pena sia il carcere). Ma non è mai semplice: se le punizioni sono irragionevolmente alte, si rischia che i fuorilegge optino per commettere il crimine più grave: perso per perso... Inoltre può darsi ci sia una crisi di rigetto da parte della popolazione.

A rinforzare la complessità che il legislatore affronta, si aggiunge il fine rieducativo che non necessariamente si traduce in permessi o scarcerazioni facili come a volte si ha l'impressione: la certezza della pena è un elemento di rieducazione. Rieducare vuol dire che il carcerato deve vivere in un ambiente che rispetta la legalità, in condizioni umane dove possa anche lavorare (l'accidia cui sono condannati gli ospiti dei penitenziari è deleteria) o studiare e, solo in caso di buona condotta e ravvedimento, godere altresì di ragionevoli sconti di pena o permessi. Il tutto è molto conveniente non solo per i condannati ma per l'intera società pure da un punto di vista economico perché meno recidivi ci sono, meno si spende per prigioni e polizia e meno crimini si perpetrano. Ecco perché ribadire questa essenziale funzione da parte di Draghi e Cartabia non è stato unicamente un atto di richiamo alla legalità, ma un'esortazione a migliorare il benessere sociale complessivo.