di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
I primi passi del Governo Draghi, in materia di giustizia, sono nel segno dell'agrodolce. Si percepiscono buoni propositi e impaludamenti possibili. Certo, è ancora presto: ma abbiamo materiale per riflettere, sia per quel che attiene quanto detto dal Presidente del Consiglio, sia per le iniziative prese dalla Ministra Cartabia.
Per quel che concerne Draghi, mentre il discorso di mercoledì al Senato mi aveva deluso, sui temi legati al "pianeta giustizia", la sua replica alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia, nel tardo pomeriggio di giovedì, sembra aver fatto segnare, finalmente, un positivo salto qualitativo. Ho percepito una attenzione, sia pur necessariamente sintetica, ai temi della giustizia e una consapevolezza dei relativi problemi che alimenta ragionevoli aspettative. Con il coraggio di affrontare le questioni, che prima era mancato, e con analisi e conclusioni in gran parte, dal mio punto di vista, condivisibili.
Il primo punto toccato, in materia, dal Presidente del Consiglio ha riguardato il tema della corruzione. Qui il Presidente ha dapprima utilizzato argomentazioni consuete. Ha affermato, certo a ragione, che un Paese capace di attrarre investitori deve difendersi dai fenomeni corruttivi, veicolo di ingerenza criminale anche da parte delle mafie e fattore disincentivante sul piano economico per gli effetti depressivi sulla competitività e sulla libera concorrenza. Inoltre, in riferimento allo sviluppo nel meridione, ha sottolineato che legalità e sicurezza sono una precondizione per la crescita economica. Anche qui, affermazioni corrette; ma ovvie.
Poi il tono è cresciuto e Draghi ha avuto lungimiranza e coraggio. Infatti, riferendosi al settore degli appalti pubblici, dopo aver riaffermato la centralità del ruolo dell'Anac, e sottolineato l'importanza dei presidi di prevenzione per combattere la corruzione, è andato in profondità. Il Presidente ha notato come occorra superare i controlli troppo formali, che richiedono gravosi adempimenti per i cittadini e le imprese, e che finiscono per alimentare la corruzione. E ha proseguito invocando una semplificazione con funzione anti-corruttiva, uno snellimento e una accelerazione dei processi decisionali pubblici, nei quali si annidano gli illeciti. E una reale trasparenza della pubblica amministrazione, con un virtuoso rapporto di collaborazione tra istituzioni e collettività amministrate.
Questo è un aspetto centrale. Ho dedicato due recenti volumi ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e all'abuso di ufficio e, proprio da penalista, non posso che concordare in toto. Occorre superare la "burocrazia del non fare"; occorre impedire che lo Stato e tutte le pubbliche amministrazioni siano, o sembrino essere, nemici o avversari dei cittadini e delle imprese; occorre che i pubblici funzionari ci spieghino perché dobbiamo fare certe cose o non ne possiamo fare di altre, anziché, semplicemente ed autoritativamente, imporcele. Questa, sì, Presidente, che sarebbe una rivoluzione, con significative ricadute sulla giustizia amministrativa, su quella penale e sullo sviluppo del Paese. Che ci potrebbe trasformare, realmente, da sudditi a cittadini. Ma occorre sempre stare attenti alle cadute demagogiche. Draghi ha infatti proseguito sostenendo che, seppure i dati quantitativi sulla criminalità nel corso degli anni sono andati migliorando, non è tuttavia migliorata la "percezione" che ne hanno i cittadini. Per concludere che "deve essere la percezione a guidare l'azione, a stimolare una azione sempre, sempre più efficace". No, Presidente: di populismo penale e giudiziario, di "criminalità percepita", non ne abbiamo veramente bisogno. Occorre stare ai dati; lavorare sui numeri. Come ha dimostrato di saper fare in passato. Tanto più che Lei è lontano dai social, sarebbe opportuno evitare venti mutevoli e mode passeggere.
Ma, forse, è stato solo un momento. Perché poi il Presidente del Consiglio ha concluso il suo intervento sulla giustizia con veri e propri giochi di artificio, fragorosi e festosi, almeno per le mie orecchie. Ha detto, Draghi, che occorrono azioni innovative per migliorare la giustizia civile e penale quale servizio pubblico fondamentale, nel rispetto delle garanzie costituzionali, mirando ad un processo giusto e di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei. Esattamente quello che avevo auspicato in articoli e interviste radiofoniche.
Poi, nuovamente, un messaggio rassicurante, nel solco del consueto, forse per preparare il passaggio conclusivo: il Presidente del Consiglio ha tenuto a ribadire che occorre tutelare il sistema economico contro il rischio di infiltrazioni criminali conseguente a immissione di denaro pubblico anche proveniente dall'Unione europea. Infine, e qui il "botto" è stato fortissimo, il Presidente Draghi ha affermato che non deve essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, i quali sono esposti al rischio e alla paura del contagio e sono particolarmente colpiti dalle misure necessarie a contrastare la diffusione del virus. Parole sagge, non scontate e che pongono questioni delicate e complesse.
E che, a mio modo di vedere, aprono certamente al tema della vaccinazione per soggetti oggettivamente a rischio, forse anche ad un rafforzamento delle misure alternative al carcere, e persino alla opportunità di amnistia o indulto in tempi eccezionali, quali quelli che stiamo vivendo. Apparentemente, la Ministra Cartabia sembra aver toccato temi simili. Da un lato, ha avuto una prima riunione alla Camera con i capigruppo della maggioranza, nella quale pare abbia usato parole ragionevoli, per poi, tuttavia, legare la riforma della prescrizione ad una più ampia riforma del processo penale. Non dubito della buona volontà (stavo per scrivere "buona fede") della nuova Guardasigilli.
Ma chi, come me, ha firmato più appelli per il rispetto dell'art. 111 della Costituzione e il conseguente riallineamento della prescrizione ai princìpi di civiltà giuridica, ha sentito puzza di bruciato, odore di inciucio, sentore di melassa e di rinvii alle calende greche. Tanto più se si sceglie la via della delega al governo, asseritamente sulla base della considerazione che sulla questione della prescrizione gli effetti della riforma Bonafede si vedranno in tempi non brevi e dunque, non vi sarebbe particolare fretta. Spero di sbagliare; ma un mio insegnante di una vita fa, mi avvertiva: "la via del poi porta alla piazza del mai".
Del resto, l'intransigenza dell'ex guardasigilli Bonafede, disposto solo ad accettare il c. d. lodo Conte-bis, che incide solo sulle assoluzioni in primo grado, non preannunzia giorni facili e soluzioni condivise. E la Camera ha già respinto l'emendamento di Fratelli d'Italia che prevedeva di congelare la riforma Bonafede fino al 31 dicembre 2023, con 29 favorevoli allo stop, 227 contrari (Pd, M5s e Leu) e 162 astenuti (Lega, Forza Italia e Italia Viva).
L'altra iniziativa della Ministra Cartabia, la visita a sorpresa al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, lascia ben sperare. Ma, anche qui, al segnale, certo positivo, occorre far seguire i fatti. Non bastano alte testimonianze; occorrono provvedimenti concreti. Il Presidente Draghi è, certamente, persona seria e di altissimo profilo; come la Ministra della giustizia Cartabia. Ma, almeno per quel che attiene ai temi della giustizia, il Governo ha una maggioranza persino troppo ampia. Il rischio, allora, mi sembra sia quello che ai buoni propositi non seguano fatti corrispondenti e che tutto finisca in "melina". Perché neppure un Presidente del Consiglio e una Guardasigilli possono far tutto se le forze politiche presenti in Parlamento non traducono le idee in fatti.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo. Ex componente Consiglio Superiore della Magistratura











