di Donatella Stasio
La Stampa, 11 agosto 2024
L’idea del governo è una detenzione che produce solo abbrutimento, morti e criminalità. Non tirino per la giacca il capo dello Stato: il ministro accolga i richiami del Colle. Il governo ha varato un decreto legge inutile ad arginare l’emergenza carceri, lo ha chiamato “carcere sicuro”, lo ha blindato in Parlamento contro ogni proposta volta a ridurre l’escalation di suicidi, lo ha fatto approvare con voto di fiducia e a razzo, sebbene il termine per la conversione in legge scadesse il mese successivo e dunque ancora si sarebbe potuto fare qualcosa, ma da domani tutti al mare, e pazienza se in carcere si continua a morire.
Mentre il Parlamento subiva l’ennesima umiliazione, obbedendo supinamente agli ordini del governo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio andava a palazzo Chigi a un summit sull’emergenza carcere con la premier Meloni e ne usciva annunciando - udite udite - misure contro il sovraffollamento delle prigioni, dopo le vacanze. Come ammettere che finora abbiamo scherzato. Con buona pace della “necessità e urgenza” del decreto “carcere sicuro”, uno dei 70 propinati da questo governo in due anni. Ma la ciliegina sulla torta è stata la sostanziale “chiamata in correità” del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: dopo il vertice, Nordio ha annunciato urbi et orbi un incontro con il Capo dello Stato, a insaputa dello stesso Capo dello Stato (grave sgrammaticatura istituzionale), quasi che le cause e i rimedi della tragedia in atto nelle patrie galere dipendano anche dal Colle e non siano, invece, una responsabilità politica, organizzativa e morale del governo, peraltro rimasto sordo ai ripetuti appelli, richiami, suggerimenti ricevuti proprio dal Quirinale sul tema del carcere, a partire da gennaio (seconda grave sgrammaticatura istituzionale).
Se non fosse una storia maledettamente seria, sarebbe una pièce dell’assurdo da fare invidia al migliore Ionesco. Sul piano umano, colpisce il cinismo con cui l’esecutivo guidato da Meloni affronta la situazione esplosiva delle carceri, in modo così irresponsabile che il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, si chiede “che cosa ci stiamo a fare al governo se non riusciamo a risolvere il problema” mentre Roberto Giachetti, di Italia Viva, azzarda l’ipotesi che si tratti di “un disegno ben preciso per far esplodere la situazione e poi ricorrere al pugno di ferro”. Sul piano organizzativo, colpisce l’incompetenza di chi - il ministero della Giustizia - ha la responsabilità di un servizio che deve tendere alla risocializzazione dei detenuti nel rispetto dei loro diritti fondamentali e della loro dignità ma quella dignità la calpesta persino rifiutandosi di dare immediata attuazione alle decisioni “autoapplicative” della Corte costituzionale, come quella sull’affettività dei detenuti.
Sul piano politico, colpisce l’insipienza di chi - ancora una volta il ministero della Giustizia - non avverte la responsabilità di garantire un’esecuzione penale conforme al dettato costituzionale nell’interesse della sicurezza collettiva. Ma soprattutto, sul piano istituzionale colpisce la disinvoltura con cui il governo strumentalizza il presidente della Repubblica per far credere all’opinione pubblica che le responsabilità di cui sopra - organizzativa, legislativa, politica e morale - siano condivise con il Quirinale o che dipenda dal Quirinale la messa in campo di strategie necessarie a uscire subito dall’emergenza carcere, per tentare poi di impostare un’esecuzione penale sensata e a misura di Costituzione.
Un governo che punta al potere assoluto (sotto mentite spoglie del premierato forte), derubricando di fatto i contrappesi a mere comparse, a cominciare dal presidente della Repubblica, oggi si fa scudo proprio del presidente della Repubblica (e della sua popolarità) per giustificare le proprie inadempienze, lo stato incivile, disumano e illegale delle carceri italiane. Certo, le patrie galere erano incivili anche prima, ma nessun governo ha mai girato la faccia dall’altra parte di fronte al crescendo di morti in carcere, ai richiami del Quirinale e dell’Europa. Non lo hanno fatto le ministre della Giustizia Severino e Cancellieri nel 2013 né il ministro Orlando che ha addirittura convocato nel 2016 gli Stati generali sul carcere. Purtroppo, quei governi non hanno avuto la forza politica di andare oltre l’emergenza, perché erano governi tecnici o promiscui. Il governo Meloni questa forza ce l’avrebbe. Ma non capisce che il carcere è una porzione della Repubblica italiana, non una discarica sociale da abbandonare a sé.
Quindi, in carcere si continua a morire. Sessantacinque i suicidi, uno ogni tre giorni, 162 le morti complessive da inizio 2024 (erano state 157 nel 2023). Muoiono i detenuti e muoiono i poliziotti. Muoiono perché ogni giorno muore la speranza. E questa è una precisa scelta politica del governo Meloni. Giorni fa, Nordio ha implicitamente riconosciuto che l’unica strada per alleviare le terribili condizioni carcerarie sarebbe un provvedimento di clemenza, come un indulto, ma ha ribadito che “sarebbe una resa dello Stato con conseguenze fra l’altro negative - ha detto - in termini di recidiva, confermate dalle statistiche”. Eppure, le statistiche successive all’indulto del 2006 dicono il contrario: secondo la ricerca dei professori Torrente, Sarzotti, Jocteau, commissionata dal ministero della Giustizia, degli oltre 27mila detenuti usciti, ne sono rientrati, a fine 2007, circa il 20%; secondo la ricerca degli economisti Drago, Galbiati e Vertova, pubblicata sul Journal of Political Economy, il tasso di recidiva è diminuito del 25% e l’indulto è stato “una misura efficace contro il crimine”. Passo falso, dunque, citare le statistiche. I numeri dimostrano che solo un carcere rispettoso del dettato costituzionale ha un ritorno positivo sulla sicurezza collettiva, perché abbatte la recidiva di 10 punti. Se poi è anche un carcere “aperto”, la recidiva scende dal 70 al 30%. Questa è la verità da dire ai cittadini. Purtroppo, il carcere che il governo Meloni ci consegna non produce né libertà individuale né sicurezza collettiva ma solo abbrutimento, morti, criminalità. Almeno, lasciatene fuori il presidente della Repubblica.











