di Michele Magno
startmag.it, 10 ottobre 2026
“Il grado di civiltà di un paese si misura dalle sue carceri”, recita un celebre aforisma attribuito a Fëdor Dostoevskij. Se è così (e almeno in parte è così), da noi resta attuale il memorabile discorso pronunciato da Filippo Turati alla Camera il 18 marzo 1904. Il deputato socialista accusa il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti di ignorare le condizioni di vita dei detenuti, la pessima qualità del vitto, le umiliazioni e i soprusi a cui erano costretti. Una realtà drammatica, sconosciuta all’opinione pubblica dell’epoca. Oggi invece è sotto gli occhi di tutti le promesse di affrontarla e risolverla con “riforme strutturali”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da quando è arrivato a via Arenula, ne ha fatti molte. Non si tratta, spiega ogni volta che ne fa una, del temuto “svuotacarceri”, che materializza l’immagine di legioni di criminali che passeggiano impuniti nelle nostre strade.
Si tratta sempre di un “piano organico” (luglio 2025). Nel frattempo, le carceri hanno continuato a sovraffollarsi, a causare suicidi e a crollare a pezzi. Nell’ottobre 2022, quando il governo Meloni entra in carica, ospitavano 56mila detenuti. Oggi, dato del 30 settembre, sono 66.063. Diecimila in più.
L’elenco di tutte le promesse fatte è lungo. La prima promessa riguarda l’edilizia penitenziaria. Se “produciamo” più reclusi non è per l’aumento delle pene e dei reati, non è per lo scarso uso di misure alternative, non è perché gli istituti sono pieni di tossicodipendenti e di persone con problemi psichiatrici che dovrebbero stare altrove, ma è perché aumenta la criminalità. Tutti i dati del Ministero dell’Interno smentiscono questa teoria, ma non importa.
Se ci sono più detenuti, pertanto, bisogna costruire nuove carceri. Poi si è scoperto che ci vuole una decina di anni per costruire un istituto nuovo di zecca e servono molti soldi, troppi. Nell’agosto del 2023 Nordio propone di usare le caserme dismesse del demanio. Segue un breve dibattito. Conclusione: non si può fare. Nell’agosto del 2025, la nuova idea è quella di realizzare container e prefabbricati nei cortili e negli spazi liberi delle carceri. Che non ci sono, com’è noto.
Nel settembre 2024 la patata bollente viene passata a un commissario straordinario all’edilizia carceraria. È il manager Marco Doglio, tuttora in carica. L’obiettivo del piano è recuperare 10.600 nuovi posti complessivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di 900 milioni di euro. Il piano prevede la consegna di diverse centinaia di posti già tra la fine del 2025 e il primo semestre del 2026. Risultato? Ignoto. Tuttavia, sulla base dei dati dell’associazione Antigone, da allora la capienza del sistema è scesa di 41 posti; quella effettiva, invece, di 250. Cioè, invece di avere qualche migliaio o qualche centinaio di posti in più, ce ne sono 250 in meno.
Quindi i detenuti aumentano, il tasso di sovraffollamento anche, mentre la capienza diminuisce. A Regina Coeli crolla la cupola della seconda rotonda. A San Vittore precipita il tetto dell’aula bunker. A Sollicciano i magistrati sequestrano sette sezioni. Rivolte, rabbia, cimici, scarafaggi, violenze. Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto alla Consulta di valutare se l’ordinamento vigente violi la Costituzione (il principio di umanità e la finalità rieducativa della pena) laddove non preveda una norma che permetta il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando questa deve essere scontata in condizioni inumane o degradanti.
Se la Corte dicesse di sì, ci sarebbero migliaia di ricorsi di detenuti che chiederebbero il rinvio dell’esecuzione della pena (e cioè la scarcerazione). Sarebbe una bomba per il sistema carcerario. Per questo la sentenza, che è attesa da giorni, tarda. Forse alla fine la soluzione sarà quella di una “sentenza monito”, come quelle già fatte per l’ergastolo ostativo e il fine vita: la richiesta al Parlamento di legiferare rapidamente.









