di Domenico Tomassetti
Il Dubbio, 11 dicembre 2023
12 dicembre 1969. Venerdì, pochi giorni prima di Natale. Sono le quattro e mezza di pomeriggio. Fuori è già buio e fa freddo, come è normale in quegli inverni milanesi. A Piazza Fontana, nel salone centrale della Banca dell’Agricoltura si stanno svolgendo, per antica consuetudine, le contrattazioni dei fittavoli, dei coltivatori diretti e dei vari imprenditori agricoli che sono venuti dalla provincia per discutere i loro affari ed attendere alle operazioni bancarie presso gli sportelli. Le contrattazioni stanno finendo, la filiale sta per chiudere. C’è voglia di tornare a casa, soprattutto per chi viene da fuori Milano e ha paura della nebbia sulla strada del ritorno.
Nessuno fa caso a una borsa, tra le tante che stanno sotto il grande tavolo al centro della sala. È una borsa capiente, di cuoio nero, di fabbricazione tedesca, Mosbach & Gruber di Offenbach. Improvvisamente un’esplosione, violenta e crudele. Il boato di sente in tutto il centro di Milano. Piazza Fontana è proprio dietro al Duomo. Sui tavolini del bar, dall’altro lato della Piazza, il rombo improvviso fa tintinnare le porcellane e i cucchiaini. Istintivamente tutti si voltano verso la banca. Esce del fumo insieme ai primi feriti che scappano, grondando sangue.
A poca distanza da lì, nella questura di via Fatebenefratelli, Luigi Calabresi sta lavorando nel suo ufficio. Calabresi è un ragazzo romano che ha appena compiuto 32 anni. Figlio di due osti, ha studiato legge ed è entrato in Polizia per emanciparsi da un destino, già scritto, nella cucina della trattoria dei genitori, ma anche per vocazione etica e cristiana. È “di stanza”, come si usa dire essendo la polizia ancora un corpo militare, presso la questura, assegnato all’Ufficio Politico da due anni. Si è sposato pochi mesi prima con Gemma Capra, allora ventiduenne. Aspettano il primo figlio, hanno già deciso il nome: si chiamerà Mario. Antonino Allegra, il Capo dell’Ufficio, piomba nella stanza di Luigi e lo spedisce subito a Piazza Fontana. Nessuno ha capito cosa sia successo, forse l’esplosione di una caldaia, ipotizzano.
All’interno della Banca dell’Agricoltura la deflagrazione è stata spaventosa. L’enorme orologio a muro, con il vetro rotto, è fermo all’ora dell’esplosione: le 16 e 37. Tutto è crollato intorno e davanti ai clienti che partecipavano al mercato agricolo. I banconi di legno degli impiegati sono, letteralmente, saltati in aria. La sala si è riempita di frammenti di vetro della grande cupola alta quindici metri. Schegge impazzite conficcate nei muri e nei corpi di chi ha avuto solo lo sventurato destino di essere lì in quel momento. “Ai primi accorsi l’interno della banca offriva un raccapricciante spettacolo: sul pavimento del salone, che recava al centro un ampio squarcio, giacevano, fra calcinacci e resti di suppellettili, vari corpi senza vita e mutilati, mentre persone sanguinanti urlavano il loro terrore”, sarà scritto nella sentenza del Tribunale di Catanzaro, l’assurda sede del processo per un crimine perpetrato a Milano. Tra i primi a entrare, Luigi Calabresi sente un odore particolare. Ne parla con i Vigili del Fuoco, concordano: quello non è gas. Corre fuori per sfuggire all’orrore, ma anche per cercare un telefono. Entra in un negozio e, difronte all’atterrito proprietario, parla con la questura: “è stata una bomba!”.
Le ambulanze portano via 17 cadaveri e 88 feriti. In piazza arrivano Allegra e il questore Marcello Guida, un vecchio arnese buono per tutte le stagioni. Era stato uno dei “carcerieri” di Pertini durante l’esilio di Ventotene. Il Presidente si rifiuterà di stringergli la mano in una visita ufficiale a Milano. Guida e Allegra sono già sicuri della matrice anarchica, la stessa cui erano stati attribuiti altri attentati dinamitardi avvenuti pochi mesi prima. Calabresi non sembra della stessa idea: quelle erano azioni dimostrative, criminali sì, ma non stragiste. Ma Allegra e Guida insistono. Ci sono stati cinque attentati quella sera. Tre a Roma e due a Milano. Fortunatamente gli altri non hanno causato vittime, ma si tratta di un unico disegno sovversivo. Bisogna reagire immediatamente. I suoi superiori lo spediscono al circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Deve portarli tutti in Questura per essere interrogati.
Calabresi obbedisce. Va alla Ghisolfa e carica sui cellullari decine di simpatizzanti anarchici. Mentre sta per ripartire incontra Giuseppe Pinelli, quarantuno anni, ferroviere e animatore del Circolo. Da giovane è stato staffetta partigiana. È un non violento, il suo impegno politico trasuda soprattutto una profonda voglia di vivere: crede, come molti in quegli anni, che un mondo migliore sia possibile. È sposato con Licia Rognini, sua coetanea, e ha due figlie. Pinelli e Calabresi si conoscono bene. Il Circolo è “attenzionato” dalla polizia, ma i due si parlano e si rispettano. Non sono amici come qualcuno dirà negli anni a venire. In quegli anni sono dalle parti opposte della barricata. Ma Calabresi sa che Pinelli è una persona onesta. Un anno prima gli aveva regalato il suo libro preferito “l’antologia dello Spoon River”, il libro dei morti, un triste presagio. Onesto non vuol dire che non sappia, pensa Calabresi. Quando Pinelli si lamenta per quella retata, il Commissario lo invita a seguirlo in questura se ha a cuore la sorte dei suoi compagni. Pinelli ci pensa un attimo, poi spontaneamente sale sul suo Benelli 50 e segue i cellulari fino a via Fatebenefratelli.
Quella sera tutta l’Italia è davanti alle televisioni. C’è ancora un solo canale. Il Presidente del Consiglio, Mariano Rumor, lancia un messaggio chiaro: “Non è il momento di leggi speciali, piuttosto occorre, cittadini, che ognuno di noi si senta parte di una comunità che può perdere se stessa se non si unisce alla legge che già esiste e che la garantisce e difende”. Per la maggior parte degli italiani sono parole di conforto: lo stato democratico è forte. Per altri, che aspettavano quell’intervento come la chiusura di un cerchio iniziato a disegnare anni prima a Roma in un convegno al Parco dei Principi, Rumor è un traditore: non è stato ai patti e si dice che sia stata una telefonata di Aldo Moro a “costringerlo” a cambiare idea. Sui muri di alcune città del Veneto, quella notte, appaiono delle scritte: “Rumor boia” firmato con l’ascia bipenne di Ordine Nuovo.
Quella stessa sera Federico Umberto D’Amato, potente dirigente dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno e critico gastronomico de L’Espresso, invia subito i suoi uomini alla questura di Milano per aiutare/controllare le indagini. Può fidarsi di Guida, forse anche di Allegra. Gli altri sono troppo giovani. L’inchiesta deve seguire la direzione giusta: sono stati gli anarchici.
Il 14 dicembre si svolgono i funerali delle vittime. Piazza del Duomo è stracolma, enorme la mobilitazione popolare. Nessuno striscione o vessillo, solo tante facce di gente normale. Moltissimi piangono. È la fine di un’epoca: l’Italia, diventata la settima potenza economica mondiale durante gli anni del boom, è un Paese di confine, stretto tra il blocco sovietico e quello atlantico. Una nazione a sovranità limitata, con il partito comunista più forte di tutto l’occidente. La libertà, conquistata con la Resistenza e sancita dalla Costituzione del ‘46, non può mettere a rischio la nostra fedeltà ai valori occidentali. Così la verità sarà la diciottesima vittima della strage. La piazza addolorata sembra intuirlo, mentre accompagna in un agghiacciante silenzio le bare di chi ha avuto la sfortuna di trovarsi in mezzo ad una guerra mai dichiarata.
Quello stesso giorno, Cornelio Rolandi si presenta in questura e afferma di avere accompagnato col suo taxi in Piazza Fontana un uomo molto somigliante a Pietro Valpreda. Lì Valpreda sarebbe sceso con una valigetta e sarebbe, poi, subito tornato sul taxi senza. Valpreda è un anarchico, che aveva in passato frequentato il Circolo della Ghisolfa, di professione ballerino. Viene immediatamente arrestato, non sembra avere un alibi valido. Ma anche il racconto del tassista è poco plausibile. Valpreda avrebbe preso il taxi in piazza Cesare Beccaria, solo 130 metri a piedi da piazza Fontana. Il taxi, però, non si è fermato in piazza, ma ha proseguito sino alla fine di via Santa Tecla. Così facendo Valpreda avrebbe percorso 110 metri a piedi, al posto dei 130 metri da Piazza Beccaria alla Banca, risparmiando solo 20 metri e rischiando di farsi riconoscere: perché? Inoltre Valpreda avrebbe chiesto al tassista di attenderlo e, in questo modo, avrebbe dovuto ripercorrere all’inverso i 110 metri: perché? Il riconoscimento, svolto a Roma con modalità molto discutibili, dà un esito incerto. L’arresto di Valpreda, però, viene confermato. Al telegiornale, un giovane Bruno Vespa lo definisce colpevole della strage. Passerà in galera oltre tre anni prima di essere definitivamente assolto da ogni accusa. Rolandi, invece, incasserà una lauta ricompensa.
Il giorno seguente, 15 dicembre, Fausto Giurati, un uomo di circa cinquant’anni, entra nel Comando Provinciale dei Carabinieri di Padova, accompagnato da una ragazza di venticinque anni, Loretta Galeazzo. La donna fa la commessa nel negozio di Giurati, una pelletteria del centro, ed è certa che, il 10 dicembre, un signore alto e magro ha comprato cinque borse Mosbach Gruber, tre nere e due marroni. Esattamente la stessa borsa dell’attentato. L’ha riconosciuta subito, appena ha visto in televisione quella inesplosa alla Banca Commerciale. D’altronde in pochi in Italia vendono quelle borse ed è difficile che un solo cliente ne compri addirittura cinque tutte insieme. Immediatamente parte un telex con l’informativa dei Carabinieri alla Questura di Milano. Stranamente, però, quella notizia non viene presa in alcuna considerazione dagli inquirenti a Milano. Riemergerà solo qualche anno più tardi per opera di due magistrati veneti Pietro Calogero e Giancarlo Stiz. L’uomo che aveva acquistato le borse era Franco Freda, un piccolo editore, militante nella destra neofascista, devoto al pensiero di Julius Evola. Tra i volumi pubblicati dalla sua casa editrice tutti gli scritti di Adolf Hitler e numerosi volumi negazionisti dell’Olocausto. Autodefinitosi politicamente “nazi-maoista”, è molto vicino a Ordine Nuovo.
Quella stessa sera, Luigi Calabresi, appena tornato da un inutile viaggio in Svizzera per seguire una falsa pista sull’esplosivo, viene convocato nella stanza di Allegra. La questura è quasi vuota. La maggior parte degli anarchici, fermati tre giorni prima sono stati rimandati a casa. Restano solo Giuseppe Pinelli e Lello Valitutti. Allegra ordina a Calabresi di interrogare Pinelli e farlo parlare. Gli dica che Valpreda ha confessato, anche se non è vero. Calabresi è stanco, prova a opporsi, sostenendo che Pinelli dovrebbe essere rilasciato, che i termini del fermo di polizia sono scaduti. Allegra lo incalza: “lei deve solo pensare ai morti e ai feriti che ha visto, con i suoi occhi, quando è entrato in banca. Vada e faccia il suo dovere. Il tempo del dialogo è finito”.
Quando entra nella sua stanza Luigi Calabresi trova Giuseppe Pinelli seduto. Intorno a lui, in piedi il tenente dei carabinieri Savino Lograno e i brigadieri Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi e Pietro Muccilli. Pinelli si alza in piedi e protesta. Lui dovrebbe essere a casa, sono passati tre giorni. Il commissario lo guarda negli occhi e si accorge che il ferroviere è stanco quanto lui. Si chiude la porta dietro le spalle. E l’interrogatorio comincia. Aspro, difficile da gestire, impossibile da sopportare. Ma Pinelli non cede. Non può farlo, lui non c’entra niente con quella bomba, lui non sa nulla. A questo punto Calabresi mente: “Valpreda ha confessato”. Pinelli è visibilmente scosso da quell’affermazione. “Se fosse così, è la fine di tutto. È la fine dell’anarchia!”, ma subito aggiunge: “Se è stato lui, non doveva farlo. Io non so niente di quello che mi state dicendo. Se è stato Valpreda, io non lo so. Ma non ci credo”.
L’interrogatorio finisce, Pinelli firma i verbali pagina per pagina. Calabresi esce dalla sala interrogatori e va al piano superiore da Allegra per dirgli che il ferroviere non ha confessato e, secondo lui, non c’entra nulla con la bomba di Piazza Fontana. In quel momento l’orologio nell’androne della Questura segna la mezzanotte: è il 16 dicembre. Un cronista dell’Unità, Aldo Palumbo, saluta i colleghi in sala stampa e si incammina verso l’uscita attraversando il cortile della Questura. Fa pochi passi e si ferma per accendere una sigaretta. Non fa in tempo a tirare la prima boccata di fumo che sente un rumore sordo, ma fortissimo. Si volta e vede Pinelli che è precipitato giù dal quarto piano della questura. Palumbo alza la testa, vede la finestra della stanza di Calabresi illuminata e alcune persone, che non distingue, affacciate. Intanto Allegra sta ancora leggendo il verbale dell’interrogatorio e Calabresi è in piedi di fronte a lui, quando sentono delle voci in corridoio. Calabresi si precipita nella sua stanza. Si affaccia alla finestra e vede il corpo di Pinelli, riverso sul selciato. Chiude gli occhi e sente dietro di lui qualcuno dire: “si è buttato”. Intorno al corpo di Pinelli si è formato un piccolo gruppo di persone, tra cui l’attonito Palumbo che raccoglie le ultime parole del ferroviere agonizzante: “mamma mia”.
Licia Pinelli non sa ancora niente. È a casa quando sente suonare il campanello del suo appartamento. Quel rumore inatteso la fa sobbalzare. Alla porta trova Camilla Cederna e Giampaolo Pansa. Sono loro a darle la notizia. Telefona immediatamente in questura e chiede del Commissario Calabresi. Sa dei rapporti tra suo marito e quel giovane funzionario di Polizia. Calabresi è profondamente turbato quando risponde alla moglie di Pinelli. Le dice che il marito è al Fatebenefratelli. La donna gli chiede perché non sia stata avvisata. Calabresi non ce la fa ad andare avanti. Interrompe bruscamente la chiamata: “Abbiamo molto da fare”.











