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di Lucio Luca

La Repubblica, 2 maggio 2024

Pubblichiamo uno stralcio del romanzo di Lucio Luca “La notte dell’antimafia” che racconta una vicenda di abuso di potere e corruzione al palazzo di giustizia di Palermo. Ci sono date che a Palermo non possono sfuggire. Figuriamoci se sei un’icona dell’antimafia, una che toglie i piccioli ai mafiosi e che ha studiato alla scuola del Palazzaccio. Quando si faceva notte nel bunker per scrivere atti e inchieste, documenti e interrogatori. A mano, certo, all’epoca non c’era mica Internet e non è che il collega ti poteva passare per mail le sue carte. Il copia e incolla era ancora nella mente di Dio e nessun supporto tecnologico ti avrebbe aiutato a collegare i fatti, le coincidenze, persino quei semplici dettagli che, a volte, ti aiutavano a ricostruire anni di indagini piazzando ogni minimo particolare nelle caselle giuste. Tipo il cubo di Rubrik, quella roba che ci ha fatto andare in fissa quando eravamo ragazzi. Anche se oggi basta un nerd coreano o un adolescente della sperduta campagna americana per risolverlo in meno di cinque secondi.

Solo che trovare le prove per gettare in galera un mafioso non è poi così semplice come fare affacciare i colori giusti in sei fottutissimi lati di un rompicapo. Senza contare che i boss sono leggermente più permalosi di un ragazzino di Seul o del Nord Dakota. E infatti qualcuno di quei maestri del bunker ci aveva rimesso la pelle. E con lui anche la moglie, il portiere del condominio, magari uno che passava di lì per caso. Per non parlare degli uomini e delle donne di scorta, saltati in aria con i loro giudici senza potere far nulla per difenderli.

Il 19 luglio, quindi, pure se hai l’emicrania o devi fare la ceretta, quelle due ore in via D’Amelio te le devi segnare in agenda. Ti tocca. La chiamano “passerella” e forse negli anni lo è diventata, ma di certo la dottoressa Silvana non poteva mancare. Anche se, dopo il servizio delle Iene e il gran casino che si era sollevato, ne avrebbe fatto volentieri a meno. E comunque, sia fatta la volontà del Signore, anche questa volta alla manifestazione “Le vele della legalità” Silvana era andata a fare panza e presenza.

Quattro parole di circostanza, quelle proprio non se l’era potute evitare: “Ieri durante un convegno dell’Associazione nazionale magistrati hanno proiettato un filmato nel quale Paolo Borsellino diceva: non sono un eroe, faccio solo il mio dovere. Ed è così. Noi non siamo eroi, facciamo solo il nostro dovere”. Applausi, complimenti del sindaco, la parola a Manfredi e Lucia Borsellino, i figli del magistrato ucciso in via D’Amelio. Toccava ascoltarli, e poi abbracciarli. Ci mancherebbe altro. Però quei due proprio non le calavano e a una sua amica, in una pausa della cerimonia, l’aveva raccontato senza giri di parole.

“Manfredi? Per carità, uno squilibrato. La sorella Lucia? Cretina precisa”. Niente, la dottoressa non sopportava le lacrime. E il fatto che un uomo bello e fatto, commissario di polizia, potesse ancora piangere per un padre morto ammazzato più di vent’anni prima, non riusciva proprio a capirlo. “Ma poi, Manfredi che si commuove, ma perché minchia ti commuovi ancora dopo tutto questo tempo. Davanti a Mattarella, ma che figura fai?”.

Forse la figura di uno che suo padre, disintegrato dal tritolo delle bestie, non l’ha dimenticato. Che non potrà mai dimenticarlo. Per quello che era, per quello che ha fatto, per il coraggio di quei 56 giorni in trincea malgrado l’uccisione del suo amico Giovanni, di Francesca, e di Vito, Antonio e Rocco.

“Ma che cazzo, le palle ci vogliono… parlava di sua sorella che si è dimessa da assessore regionale e si commuoveva. Ma vaffanculo, va. Niè, mica avevo torto quando lo dicevo io. Fin da piccolo Manfredi era uno squilibrato, lo è sempre stato. Per non parlare di Lucia, quella è proprio una deficiente. Comunque, ti lascio, stanno per mettere la corona di fiori e pure per quest’anno ‘sta cosa è finita”.

Non lo sapeva la dottoressa che pure questa telefonata, insieme alle altre, sarebbe finita dentro un’informativa di mille e duecento pagine che la Guardia di finanza stava per completare. Non lo poteva nemmeno lontanamente immaginare che quel servizio delle Iene, rispetto allo tsunami che stava per arrivare, era solo il granello di sabbia di una montagna che stava per travolgerla. E mica solo lei. Pure il marito, l’ingegner Lorenzo. E il fidato Tanino, e Sandokan, il professore di Enna, Walter il ragazzino e il suo papà del Csm, i colleghi più vicini delle Misure di prevenzione, l’amica prefetta, il colonnello della Dia, persino il figlio Manuele, quello che si era preso la laurea con una tesi della quale manco si ricordava il titolo.

Tutti arruolati nel cerchio magico di Silvana, tutti pronti a calpestare il proprio ruolo istituzionale pur di compiacere quel giudice che di sé diceva: “Io sono Dio onnipotente”. E che magari una sera poteva ritrovarsi un trolley pieni di soldi all’ingresso di casa, oppure si faceva pagare la spesa dagli amministratori. Quando non chiamava direttamente per farsi portare le cassette di fragole e lamponi, ovviamente. La presidentessa che godeva, ah quanto godeva, quando sistemava amici e parenti nelle aziende sequestrate. Gente che le sarebbe stata riconoscente quando ce ne fosse stato bisogno. Se solo avesse saputo, quel cellulare Silvana lo avrebbe fatto in mille pezzi.

Perché dalle telefonate intercettate era uscito di tutto: potere e miserie, una palude nella quale sguazzavano uomini delle istituzioni ed esponenti della buona borghesia palermitana. Tutti insieme, giudici, controllori e controllati. E persino i “proposti”, o meglio alcuni “proposti”, i titolari dei patrimoni sequestrati che continuavano ad avere rapporti stretti con gli amministratori messi alla guida delle loro aziende. Perché, come diceva Walter, il figlio del giudice importante premiato con diverse amministrazioni giudiziarie milionarie, “non è una questione di soldi né di niente. Gestire quell’ufficio è solo una questione di potere”.