di Francesco Sellari
Il Dubbio, 30 giugno 2025
Dall’indagine Acli-Iref sulla sostenibilità tra le famiglie emerge che i giovani guidano il cambiamento ovunque ma i nuclei in difficoltà sono quelli più sensibili. Il monito degli esperti: “È la lotta a un sistema che crea disparità: la vita sana non sia un lusso per ricchi”. L’ambiente è la questione cruciale del futuro. Le famiglie italiane lo hanno capito e provano a tradurre questa consapevolezza in comportamenti conseguenti. E tra i più convinti e attivi, ci sono, sorprendentemente, i nuclei più poveri.
Questo lo scenario che emerge dalla ricerca Acli-Iref (Istituto di ricerche educative e formative) presentata nel volume Abitare un mondo sostenibile (Rubettino). Lo studio si basa sui dati raccolti tramite un questionario web somministrato a un campione di 1.052 famiglie, rappresentativo della popolazione italiana. I risultati ci dicono che tre quarti delle famiglie hanno parlato di sostenibilità a casa. Ben sette famiglie su dieci condividono l’affermazione che “la sostenibilità è uno stile di vita da attuare sempre, a prescindere”. I negazionisti del cambiamento climatico? Una “componente assai trascurabile” si legge a commento dei dati. Se dalle opinioni passiamo alle azioni, scopriamo che quasi tutte (97,6%) fanno la raccolta differenziata mentre la lotta a sprechi e consumi inutili (di energia, acqua, alimenti o plastica) accomuna nove famiglie su dieci. Simile è l’impegno (86%) per riparare computer e elettrodomestici danneggiati. Meno diffuse, ma con percentuali significative, le scelte di un mezzo di trasporto alternativo all’auto privata (66,5%) o l’autoproduzione di beni (come ortaggi e conserve) o energia (48%). Più di un quarto delle famiglie dichiara di partecipare a gruppi di volontariato: dai gruppi di acquisto solidale a quelli per la pulizia delle aree verdi.
Secondo Matteo Colleoni, ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università di Milano Bicocca, “queste ricerche possono essere penalizzate dallo scarto tra quel che uno fa e quel che dice di fare. In questo caso il rischio è minore. Perché c’è una forte relazione tra atteggiamenti e comportamenti. Prima di chiedere delle abitudini quotidiane la ricerca indaga la postura degli intervistati rispetto a valori quali la consapevolezza del limite, l’importanza della tutela dell’ambiente. Capire come le famiglie si collocano rispetto a questi valori che fanno da substrato ad atteggiamenti e comportamenti rende l’esercizio conoscitivo più solido”.
La ricerca, inoltre, interroga le famiglie sul problema delle risorse: non soltanto come sono distribuite oggi, ma come possano essere preservate per chi verrà dopo di noi. Preoccupazione assente fino a poche generazioni fa, oggi è invece molto sentita. “Per la metà del campione essere sostenibili significa tutelare le risorse per le generazioni future”, spiega infatti Federica Volpi, politologa, curatrice della ricerca e collaboratrice dell’Iref. Partendo dalle scelte quotidiane, lo studio individua tre tipologie di famiglie. Il gruppo più consistente - la metà - è costituito da famiglie eco-realiste che provano a coniugare sostenibilità e praticità. Le famiglie eco-minimali (poco meno del 15%) si limitano invece alle attività a cui sono in un certo senso obbligate (come la raccolta differenziata). Il resto, un terzo abbondante, sono le famiglie eco-radicali, ovvero più impegnate per uno stile di vita a basso impatto.
Analizzando questi gruppi attraverso la lente dello status socio economico emerge un dato contro-intuitivo. “Tra le famiglie più vulnerabili i nuclei eco-radicali sono il 44%, nove punti in più rispetto alla media rilevata su tutto il campione. Sono famiglie che lamentano il costo troppo elevato di alcune scelte che vorrebbero ulteriormente attuare e diffondere”. Le famiglie più povere, quindi, fanno convintamente la loro parte per la transizione ecologica ma i costi elevati le frenano dal fare di più. “È come se in questi stili di vita - prosegue la Volpi - individuassero una forma di autodifesa: la possibilità di fronteggiare le difficoltà economiche, ma anche un modo per incidere su un sistema che genera profonde disuguaglianze. Al contrario, si direbbe che i ceti più benestanti percepiscano questi comportamenti come limitanti delle proprie capacità di spesa”.
“Per noi l’ecologia integrale è un riferimento” dice Raffaella Dispenza, vicepresidente delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) che hanno deciso di promuovere lo studio. “Noi siamo una rete di welfare di comunità: molte famiglie in difficoltà frequentano i nostri spazi, usufruiscono dei nostri servizi. Sono le stesse famiglie che, come dimostra questa ricerca, esprimono un desiderio di occuparsi della transizione ecologica”. Conclusione? “La sostenibilità non deve essere un lusso solo per chi se la può permettere. Ma per sfruttare questa consapevolezza, creatasi anche grazie ai movimenti giovanili, servono politiche eque, per la casa, i trasporti, la qualità della vita nelle città, che assecondino il desiderio di trasformazione di chi ha meno risorse”.











