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di Gabriele Di Luca

Corriere della Sera, 15 maggio 2025

Di recente i media hanno riportato una lettera, scritta dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, in cui si parlava di carceri. Con evidente cognizione di causa, visto che sta scontando una pena detentiva di un anno e dieci mesi a Rebibbia, il noto politico ha parlato di “celle fatiscenti, ognuna con sei brande a castello, un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e un lavandino senza acqua calda”. Sono cose note a chiunque si occupi della situazione inerente lo stato miserevole in cui versano tali strutture, e c’è da dire che la descrizione fornita di Alemanno è persino eufemistica. Avrebbe infatti potuto (e forse dovuto) dire che il carcere non è solo un luogo in cui si sta male, sommando alla restrizione della libertà inaccettabili condizioni vessatorie, ma che si tratta di un dispositivo istituzionale votato alla tortura e persino alla soppressione di chi vi è recluso.

Numeri desolanti. L’anno scorso, in Italia, i suicidi sono stati novantuno. Dall’inizio del 2025, secondo l’ultimo report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, il conteggio complessivo è per adesso quello di settantotto decessi: ventidue suicidi, sedici morti per cause ancora da accertare e quaranta per cause naturali. Eppure di queste morti si parla poco. Non sembrano scuotere, come dovrebbero, l’opinione pubblica. C’è un motivo.

Ha scritto il giornalista Alessandro Trocino, autore di un toccante libro intitolato “Morire di pena” (Laterza 2025): “I suicidi in carcere sono un tabù, non per ragioni etiche ma strutturali. “Carcer”, la parola latina da cui deriva, significa “recinto”. Il suo scopo è proprio espellere e recintare coloro che non riteniamo degni di appartenere alla nostra comunità o che consideriamo pericolosi. Li confiniamo in un mondo a parte, chiuso, dove non possono vedere altro che uno spicchio di cielo e la ferocia della solitudine. La loro sorte è quella di essere nascosti, dimenticati, seppelliti vivi. Fantasmi. Sono uomini e donne che sottraiamo volontariamente alla nostra vista. Il carcere è una realtà che non vediamo e che non vogliamo vedere”.

Così stanno le cose. E per quanto ci ostiniamo a volgere lo sguardo o a tapparci le orecchie, il grido di disperazione che filtra da quelle mura non smetterà di ricordarci la disumanità che consiste proprio nel recintare la vita rendendola impossibile. Il problema, infatti, non è - come spesso si sente dire - quello di rendere le carceri più “accoglienti” o persino “comodi”. Certo, sovraffollamento, mancanza di personale, difficoltà di accedere a misure alternative aggiungono il carico da novanta a condizioni già insopportabili. Eppure il vero nodo non è quello di dotarsi di “nuovi carceri” - e parlando da Bolzano il tema della mancanza di un “nuovo carcere” è ormai un refrain che suscita un misto di nausea e ilarità - ma di superare il paradigma stesso che alimenta e cementifica il senso della loro discutibile ineluttabilità.

È probabile ci vorranno forse secoli prima di capire che rinchiudere una persona isolandola dal mondo di relazioni che non siano quelle carcerarie (fatta salva la necessaria e non generalizzabile inibizione di quelle suscettibili a ricreare le condizioni di possibilità del crimine per il quale si è stati condannati) non ha nulla a che vedere con la costruzione di una società pienamente “civile”, perché, al contrario, ne è letteralmente la negazione iscritta nel quadro dell’illegalismo di Stato.

Come ha scritto in modo impeccabile Michel Foucault: “La prigione non è lo strumento di cui il diritto penale si è dotato per lottare contro gli illegalismi; è stata uno strumento per risistemare il campo degli illegalismi, per ridistribuirne l’economia, per produrre una certa forma d’illegalismo professionale, la delinquenza, che da una parte doveva pesare sugli illegalismi popolari e ridurli e, dall’altra, doveva servire strumentalmente all’illegalismo della classe al potere. La prigione non è quindi un deterrente alla delinquenza o all’illegalismo, è un ridistributore d’illegalismo” (M. Foucault, Alternative alla prigione, Neri Pozza Editore 2020).

Ci vorranno probabilmente secoli per capirlo, dicevo, ma forse un giorno avremo anche in questo ambito ciò che abbiamo raggiunto mediante la benemerita distruzione degli ospedali psichiatrici, un’altra istituzione totale e disumanizzante che ritenevamo ineluttabile.