di Rosaria Amato
La Repubblica, 3 marzo 2025
L’inserimento professionale abbatte dal 62 al 2 per cento la recidiva dei detenuti, contribuendo a combattere il sovraffollamento. Gli esempi virtuosi ci sono, ma tutti al Nord. Quasi una media impresa, con oltre 200 dipendenti, la Cooperativa Bee4 si occupa di servizi che vanno dal call center alla rigenerazione e revisione dei distributori automatici delle macchine da caffè. Ha una caratteristica che però la differenzia da altre imprese simili: l’80 per cento dei suoi dipendenti sono detenuti del carcere di Bollate e di Vigevano. Il suo stesso fondatore, Pino Cantatore, è stato condannato all’ergastolo nel 1993.
Nelle lunghe giornate nel carcere di San Vittore, racconta, “ho ripreso i miei studi informatici che avevo lasciato moltissimi anni fa: la materia mi ha sempre affascinato e non mi è parso vero poter approfondire e allargare le mie conoscenze in questo specifico campo”. Grazie alle sue competenze informatiche, Cantatore nel 2014 fonda la Cooperativa Bee4, che dalle prime commesse dei call center, a cominciare da quelle di Telecom, passa poi a collaborazioni su diversi tipi di servizi con aziende come Ambrosetti, Pirelli, Elmec, Mapei, Ceva Logistic, Vivigas.
Avere la possibilità di formarsi e di lavorare in carcere, ha spiegato qualche giorno fa Valerio De Molli, ceo di Teha Group, in occasione del terzo incontro dell’Osservatorio sulle partnership pubblico- private nel mondo delle carceri di Teha Club, riduce in modo esponenziale il rischio di recidiva. Se è vero infatti che “il 62 per cento dei detenuti in Italia ha già subito almeno una carcerazione precedente”, dai dati emerge come “questa percentuale si riduce al 2 per cento per chi ha avuto accesso a un percorso lavorativo strutturato”.
Non si tratta solo quindi di avere una fonte di reddito per se stessi, e per le proprie famiglie, ma anche di ritrovare motivazione e coraggio per un percorso di vita diverso. Ma le opportunità di formazione e lavoro in carcere sono poche, e mal distribuite geograficamente: il Mezzogiorno è fortemente svantaggiato. Solo il 33% dei detenuti è impiegato attualmente in attività lavorative, e tra loro solo l’1% è assunto da imprese private. La formazione professionale coinvolge solo il 6,2% dei detenuti. Esistono carceri modello come quelli di Bollate o di Vigevano, ma anche carceri ultra-sovraffollate dove i pochi spazi vuoti che potrebbero essere adibiti a spazi d’incontro e di lavoro rimangono inutilizzati.
L’Osservatorio Teha stima che nei 164 istituti carcerari ci siano 627 locali che potrebbero essere adibiti ad attività lavorative e formative, ma il 42 per cento, pur essendo spesso in condizioni ottime o discrete, non è utilizzato. E d’altra parte non è facile pensare a organizzare attività di questo tipo quando il tasso di affollamento supera persino la media nazionale già alta, del 119,3 per cento, e magari arriva al 148,9% del Lazio, o al 171% della Puglia. Guardare alle esperienze di altri Paesi dimostra però che è questa la strada, anche per ridurre il tasso di sovraffollamento nelle carceri, oltre che per rendere la pena detentiva una forma di recupero delle persone, e non solo di punizione e deterrenza dei condannati.
La Norvegia prima delle riforme carcerarie degli anni Novanta aveva un tasso di recidiva del 60-70 per cento, non troppo lontano da quello italiano. Il sistema carcerario si è quindi concentrato sulle competenze lavorative, a tal punto che i detenuti che prima di andare in carcere erano disoccupati, una volta usciti vedono un aumento del 40 per cento del tasso di occupazione. Un dato che a questo punto potrebbe anche favorire un mercato del lavoro sempre più esangue come quello italiano, con un tasso di mismatch tra domanda e offerta che per alcune specializzazioni supera anche il 50 per cento. L’Italia ci sta provando.
Il Ddl Carceri dell’agosto 2024 prevede una nuova modalità di esecuzione della pena, in strutture esterne al carcere che offrono al detenuto un domicilio oltre che un percorso di formazione lavorativa. Ci sono poi altre norme che favoriscono il lavoro in carcere, a cominciare dalle consistenti agevolazioni per le imprese che assumono detenuti: c’è uno sgravio contributivo del 95 per cento, mentre il credito d’imposta è pari a 520 euro per i detenuti e 300 euro per i condannati in semilibertà.
A fruire dei vantaggi fiscali e contributivi previsti dalla legge 22 giugno 2000, n. 193 (legge Smuraglia) sono per quest’anno 441 imprese e cooperative sociali, concentrate però nella stragrande maggioranza tra Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna. La strada perché i detenuti possano “respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti alla illegalità e al crimine”, come ha auspicato nel discorso di fine anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è ancora lunga.











