di Carlo Ciavoni
La Repubblica, 26 agosto 2025
Su 200 Istituti di reclusione italiani, solo in 20 i detenuti riescono a lavorare e ad imparare un mestiere. È come se favorire la rieducazione fosse un insulto alla Costituzione. Nelle carceri italiane è solo dal lavoro che può cominciare una nuova strada verso il reinserimento, la rieducazione, il riscatto: un lavoro che però deve essere vero, serio. È un concetto semplice, questo, eppure nei luoghi di reclusione è applicato solo in casi rarissimi, come se far lavorare i detenuti e permettere loro magari di imparare un mestiere fosse un’offesa alla nostra Costituzione, che invece nell’articolo 27, comma 3 dice che “le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Solo 20 su 200 case di pena permettono di lavorare. È sostanzialmente di questo che al Meeting di Rimini parla Stefano Gheno, presidente CDO Opere Sociali a margine dell’incontro dal titolo: “Il valore del lavoro per chi sconta la pena”. Un dato: su circa 200 istituti di pena italiani, solo una ventina hanno le caratteristiche che consentono lo svolgimento di attività lavorative. Secondo Gheno “se si vuole affrontare realmente il tema del lavoro all’interno delle carceri occorre una forte semplificazione burocratica. L’attuale situazione complica e rende difficile il coinvolgimento di realtà che, per vocazione o per interesse professionale, desiderano offrire opportunità di lavoro a persone ristrette”. I tre aspetti fondamentali.
1) - Favorire una sussidiarietà vera utilizzando lo strumento dell’amministrazione condivisa per un partenariato virtuoso tra Terzo Settore, imprese sociali e amministrazione penitenziaria.
2) - Nelle carceri si trovano spesso persone che dovrebbero essere in luoghi di cura. Ciò rappresenta un danno all’inclusione lavorativa perché si tratta di persone che non sono in grado di lavorare. Dunque è urgente cominciare a conoscere meglio le persone in stato di detenzione perché i dati che ci sono non permettono un buon accoppiamento tra domanda e offerta di lavoro.
3) - Bisogna pensare e rendere concrete offerte per lavori veri, con contenuti reali, spendibili sul mercato. Lavori che generano soddisfazione. È dimostrato da quanto sia virtuoso iniziare un’attività lavorativa in carcere con una cooperativa e procedere con la stessa realtà produttiva anche al termine del periodo di detenzione. È la condizione ideale per l’abbassamento della recidiva e per la continuità lavorativa della persona.
Un contratto di lavoro a “causa mista”. Sarebbe dunque utile - ha ribadito, in sostanza, Gheno - promuovere la definizione di un contratto di lavoro a causa mista, come è già per l’apprendistato, tenendo conto delle peculiarità del mondo carcerario. Così si potrà generare lavoro non solo vero, ma capace di funzionare e di dare soddisfazione alla persona ristretta”.











