di Christian Raimo
Il Domani, 11 agosto 2026
Dopo la crisi di Ceuta, il securitarismo ha surclassato ogni altra retorica. Nella narrazione degli esponenti della destra la famiglia migrante è accusata di essere un agente di regressione culturale. Attraverso questa confusione lemmatica il discorso sull’immigrazione fa ogni giorno giganteschi passi indietro, a concezioni vecchie secoli. La scorsa settimana è stata la peggiore da anni, per il discorso pubblico sull’immigrazione. Il securitarismo ha surclassato ogni altra retorica: rafforzare le frontiere esterne, combattere i trafficanti, rendere più efficaci i rimpatri, eliminare ogni fattore che possa incentivare nuovi ingressi illegali, il feroce e inefficace modello Albania rivendicato come matrice da replicare. Cento morti lasciati senza lacrime, e i ragazzini di Ceuta sono ancora nell’exclave a vagare.
Il primo agosto Meloni ha ribadito su X come le immagini di Ceuta dimostrino l’urgenza di alzare muri, lo stesso giorno il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato un emendamento al ddl Sicurezza per vietare il burqa in classe e, in parallelo, corsi di italiano per i genitori stranieri per “evitare che uno studente disimpari a casa quanto appreso in classe”. La famiglia migrante è accusata di essere un agente di regressione culturale, e il bilinguismo, che la ricerca in linguistica considera una risorsa cognitiva, una contaminazione da bonificare.
Nella stessa intervista Valditara ha collocato la propria posizione con precisione lessicale: “Sono per l’integrazione e non per l’inclusione”. È un paradigma che il ministro ha fatto proprio altre volte, volendo marcare una distanza esplicita rispetto alle politiche d’inclusione e di fatto però confondendo integrazione e assimilazione. Attraverso questa confusione lemmatica il discorso sull’immigrazione fa ogni giorno giganteschi passi indietro, a concezioni vecchie secoli. Di fronte all’oscena provocazione nazista della remigrazione ormai diventata ordinaria, il centrodestra prova a smarcarsi da Vannacci ritirando fuori il concetto di assimilazione, dopo che questa è stata per trent’anni la parola-tabù rispetto a cui tutte le altre si definivano: chi è straniero verrebbe accolto a condizione di sparire come straniero, di adottare lingua, costumi e valori della maggioranza fino a diventarne indistinguibile.
In Italia non ha mai avuto una stagione legislativa organica (anche perché siamo stati terra di emigrazione fino agli anni Settanta), ma questa concezione colonialista riaffiora ogni volta che si chiede agli immigrati di “adeguarsi ai nostri valori” prima ancora di discutere di diritti, nei dibattiti su velo, crocifisso, mense. Una crociata anti islamica nelle classi, la scuola laboratorio di esclusione Le politiche migratorie L’Italia è entrata ufficialmente nelle politiche migratorie già parlando di integrazione.
La legge Martelli del 1990 (nata dopo l’omicidio di Jerry Masslo) è la prima legge organica sull’immigrazione; la Turco-Napolitano del 1998 insieme alle infamità dei Cpr costruisce anche l’impianto dei permessi di soggiorno, del ricongiungimento famigliare, un embrione di servizi sociali per gli stranieri regolari. L’integrazione è l’obiettivo esplicito: si mantiene una propria identità culturale ma si è chiamati a inserirsi nelle istituzioni condividendone le regole; è un modello meno coercitivo dell’assimilazione, ma sempre asimmetrico: chi si integra è sempre lo straniero, la società che riceve non è tenuta a trasformarsi.
La Bossi-Fini del 2002 segna la prima torsione securitaria, legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro - e facendo dell’integrazione una condizione da dimostrare costantemente pena l’espulsione. Da lì il lemma scivola verso “adeguamento utile al mercato del lavoro”: lo straniero integrato essenzialmente è quello che lavora e non pesa sul welfare. Le cose peggiorano con il centrosinistra del decreto Minniti-Orlando del 2017, e poi ancora con i decreti Salvini del 2018-19 e il decreto Cutro del 2023, che restringono progressivamente protezione umanitaria e accoglienza diffusa. Il termine integrazione perde qualunque significato culturale, finisce per coincidere quasi solo con “regolarità amministrativa”.
In quest’asfissia politica, concetti come multiculturalismo e interculturalismo sono spariti o visti ormai come sinonimi di vizio da estirpare. Il modello anglosassone e nordeuropeo, che riconosce e tutela le comunità come gruppi con proprie istituzioni e spazi di rappresentanza, non ha mai attecchito in Italia in forma organica. Come con la lagna contro il politicamente corretto, il multiculturalismo è entrato nel dibattito solo per parlarne in negativo, come sinonimo di ghettizzazione e comunitarismo, se non brodo per il fanatismo.
Dal Partito comunista ad Atreju: è Minniti il maestro della destra avanguardia dell’intercultura L’Italia invece è stata un’avanguardia dell’intercultura, soprattutto nella scuola. Fin dalle circolari dei primi anni Novanta l’ha adottato come orizzonte pedagogico: non la giustapposizione di comunità separate ma la costruzione di un terreno comune a partire dalle differenze. Il documento del 2007 “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri” resta il testo più avanzato prodotto dalle istituzioni italiane sul tema: c’è il rifiuto sia dell’assimilazionismo che del multiculturalismo, a favore di un modello in cui la scuola si trasforma nell’incontro. (Quel documento dice l’esatto contrario del ministro: la lingua d’origine è una risorsa da valorizzare). Quella stagione scolastica ha prodotto pratiche reali - protocolli di accoglienza, commissioni intercultura, mediatori, laboratori di italiano L2 - pur restando documento pedagogico, non giuridico.
Ha orientato la didattica, senza purtroppo toccare cittadinanza, voto, welfare. E si è retto sull’iniziativa dei singoli istituti, con fondi tra i primi a essere tagliati e nessun aggiornamento organico da vent’anni, mentre gli studenti di cittadinanza non italiana sono più che raddoppiati, superando il mezzo milione. Intanto nel lessico ministeriale l’interculturalismo non compare più, paria lessicale. Nazione, confini, remigrazione.
I mantra del lessico sovranista L’ultimo arrivato in termini di tempo è inclusione: nato nel campo della disabilità, poi esteso a ogni forma di diversità, oggi compare ovunque, piani triennali, Pon, bandi Pnrr... Ma l’onnipresenza burocratica ne ha svuotato il significato. Anche qui un regresso: che oggi un ministro affermi che occorre sostituire l’inclusione con l’integrazione mostra quanto si vuole svilire il principio giuridico su cui si regge dal 1977 l’intero impianto della scuola comune, che ci ha portato ad abolire le classi differenziali prima di quasi tutti in Europa.
La formula più onesta, che comincia a circolare nella sociologia critica e pochissimo nei testi normativi, è convivenza tra differenze: rinuncia a promettere un equilibrio stabile e descrive un processo da rinegoziare continuamente. È quel che accade in scuole e periferie. Così si crea uno spazio politico per il convitato di pietra di questa disfida semantica, il concetto di cittadinanza. I significanti ambigui, regressivi, opacizzano il deserto etico di governi che non hanno il coraggio di pensare a un futuro di universalismo e uguaglianza e si scudano con parole sempre più invecchiate e meno coraggiose. Contro la ferocia della destra serve spiegare la complessità.
*Scrittore e traduttore










