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di Donatella Stasio

La Stampa, 9 febbraio 2024

Aver impedito la sua presentazione nel carcere di San Vittore è stato un momento triste per la democrazia. Avremmo raccontato la storia della Consulta, un’istituzione di garanzia che fissa i limiti al potere politico. Di che cosa avrei parlato con i detenuti di “Costituzione Viva” del carcere di San Vittore se, ad appena 24 ore dall’incontro sul libro “Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società”, scritto insieme al presidente emerito della Consulta Giuliano Amato, non fosse arrivato l’”ordine” dell’Amministrazione penitenziaria di bloccare tutto?

Di che cosa avrei dialogato con i detenuti se il Dap non avesse impedito per la seconda volta in tre mesi che si parlasse del libro (la precedente a novembre 2023, in Campania, con annullamento della presentazione del 18 gennaio, mai riprogrammata) sostenendo che non rientrava nel piano formativo? Che cosa avrei detto al gruppo di Costituzione Viva - progetto formativo nato nel 2018 dal “Viaggio della Corte nelle carceri” e che da allora, con autorizzazioni annuali del Dap, svolge la sua attività con varie iniziative, dalle collaborazioni con il quotidiano La Stampa agli incontri con giuristi, giudici costituzionali, presidenti emeriti della Corte - se a poche ore dall’incontro fossero prevalsi il buon senso e la correttezza istituzionale invece di una cultura formalistica e burocratica, che come ha scritto l’ex Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma “ha un triste sapore, in parte di censura, in parte di incultura, in parte di formalistica burocrazia”. Che cosa avrei raccontato di quel libro “galeotto”, se ne fosse stato davvero condiviso il valore formativo per la costruzione di una “mentalità costituzionale” invece di trattarlo, al di là delle giustificazioni postume e formalistiche, come qualcosa di eversivo e comunque scomodo in tempi di premierati forti, di destre di governo antisistema, di carceri svuotate dei diritti?

Sono domande che riepilogano, anzitutto, una vicenda triste. Triste perché riguarda un libro, e sembra farci tornare ai tempi in cui i libri si bruciavano. Parliamo di un libro sulla Costituzione, sui diritti, sulla democrazia. Un libro che racconta un pezzo della nostra storia, non un “mondo al contrario”. Ebbene, quel libro è stato cancellato due volte in tre mesi dal Dap, con motivazioni talmente formalistiche, e contraddittorie, che non fanno onore a chi ha a cuore il Carcere, la Costituzione, la Democrazia. E sono un insulto all’intelligenza dei cittadini. Che sia stata solo una scivolata (sebbene ripetuta), l’esecuzione di ordini politici oppure l’incontinente pulsione autoritaria di un potere che si ritiene sovrano, in ogni caso è stato un altro brutto momento della nostra, sempre più fragile, democrazia costituzionale.

Dopo due giorni sono arrivate le scuse. Il capo del Dap Giovanni Russo si è voluto scusare in Parlamento - e gli fa onore - ma ancora una volta non ha parlato chiaro. Ha detto che per l’amministrazione penitenziaria è un “onore” ospitare nelle carceri un presidente emerito della Corte come Amato e che c’è stato un “fraintendimento” poi chiarito leggendo i giornali e parlando con il Garante dei detenuti della Lombardia, al quale, peraltro, il giorno dell’inspiegabile veto Russo non aveva mai risposto per dargli spiegazioni. Secondo il capo del Dap, il fraintendimento sarebbe nato dal fatto di essere stato informato dell’evento solo 5 giorni prima (sic), e quindi di non aver avuto il tempo, così aggiunge, di “informare i soggetti politici” di riferimento.

Quindi troppo poco tempo per esercitare un controllo politico? Da qui la necessità del (presunto) rinvio? Peccato che nel caso di Napoli il preavviso fosse stato di circa due mesi. E peccato, soprattutto, che, nel caso di Milano, quando è arrivato l’ordine di “sgombero”, Amato ed io fossimo praticamente già dietro il portone di San Vittore e i detenuti stessero mettendo a punto gli ultimi dettagli di un lavoro portato avanti con cura da settimane. Per non parlare della cittadinanza e del Garante dei diritti dei detenuti, tutti in quelle ore alla ricerca di uno straccio di spiegazione, convinti di una possibile marcia indietro.

Le scuse sono sempre un gesto importante e vanno rispettate. Forse andavano estese a tutte queste persone che si erano “messe al servizio” del carcere, del buon carcere, quello che forma, che dialoga, che spiega, che rispetta le persone. Non sappiamo a che cosa e a chi si riferisca Russo quando parla di “negligenza dell’amministrazione” in questa surreale vicenda.

Ci auguriamo solo che non ci siano i soliti capri espiatori visto che l’autocritica andrebbe fatta al vertice. E vedremo se le scuse consentiranno di sgombrare il campo dalle legittime inquietudini suscitate da quel veto insensato e dal tratto autoritario, che ha impiegato 7 ore e mezzo per essere spiegato con una nota ministeriale in perfetto burocratese, tanto apprezzata, però, dai giornali preoccupati sempre e solo di sopire.

Quanto a quel che avrei detto ai detenuti di Costituzione Viva se non ci fosse stato lo stop, l’ho riferito il pomeriggio dello stesso giorno, il 6 febbraio, nell’altra presentazione di “Storie di diritti e di democrazia”, organizzata dalla Rete per i diritti a Palazzo di giustizia di Milano. Ho voluto leggere il mio intervento previsto per la mattinata a San Vittore proprio come testimonianza di quell’incredibile “bavaglio”.

Il nostro libro parla molto di carcere, perché il carcere è stato molto presente a palazzo della Consulta ma soprattutto perché il carcere non è altro da noi. Con quelle pagine proseguiamo idealmente il lavoro di promozione della cultura costituzionale al quale abbiamo contribuito nei cinque anni, dal 2017 al 2022, attraversati insieme alla Corte costituzionale, un lavoro fondamentale per sentirci parti della medesima comunità e per realizzare la convivenza più compatibile. A differenza di noi, il libro è riuscito a entrare a San Vittore prima che scoppiasse il caso. È nella Biblioteca del carcere.

Detenuti e detenute potranno trovarci il racconto di un pezzo della nostra storia comune, attraverso le storie di uomini e di donne, e dei loro diritti negati, ma anche delle donne e degli uomini che su quei diritti si sono pronunciati e che spesso hanno cambiato, con le loro sentenze, la vita di tutti noi. Il libro racconta un’istituzione di garanzia, la Corte costituzionale, che va conosciuta e anche difesa dai tentativi di normalizzazione da parte di maggioranze politiche insofferenti ad ogni limite al proprio potere.

Le Corti sono per loro natura un limite all’incontinenza del potere e perciò sono sotto attacco in tante parti del mondo. La cultura del limite è quindi alla base di una democrazia costituzionale ed è molto importante per i cittadini, in particolare per chi ha commesso un reato e sta scontando una pena. Ma quella cultura può essere insegnata, soprattutto in carcere, soltanto se il potere dà il buon esempio, se non si atteggia a potere sovrano ma dimostra di avere esso stesso la cultura del limite.

Ovvero una mentalità costituzionale, quella di cui parlava Paolo Grossi, un grande presidente della Consulta, purtroppo scomparso, che per primo ha voluto il cambiamento nel rapporto con la società. Grossi era un conservatore, ha ricordato Giuliano Amato a Milano, giusto per sfatare i luoghi comuni delle destre su una Corte tutta di sinistra. Ecco, il libro che finora il Dap ha stoppato due volte contribuisce a costruire, dentro e fuori il carcere, la mentalità costituzionale necessaria a farci uscire dal “mondo al contrario” in cui, purtroppo, sembriamo rinchiusi come in una prigione senza speranza.