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di Mariano Sabatin

globalist.it, 15 dicembre 2025

Per chi la conosce, solo Francesca Ghezzani, giornalista e conduttrice televisiva (autrice e volto di Ipso facto sulla piattaforma Canale Europa Tv) avrebbe potuto scrivere un libro difficile, coraggioso e per tanti versi divisivo come “Il silenzio dentro” (Swanbook Editore), in cui si occupa della miriade di problematiche che i detenuti italiani devono affrontare. Ghezzani è campionessa di cortesia, rispetto, ferrea deontologia e nel suo libro si ravvisano questi e altri valori.

Vi si possono leggere le parole del professore Ruben Razzante, esperto di diritto dell’informazione: “Presentando dati, ricerche e studi comparativi con altri paesi, i giornalisti possono spingere le istituzioni a riflettere su modelli alternativi e riforme legislative che favoriscano il recupero e la rieducazione dei detenuti piuttosto che una mera logica punitiva”. E non si può che concordare. Colpisce l’amalgama di voci - detenuti, carcerati ed ex reclusi, magistrati, criminologi, cronisti, assistenti sociali, preti - una sorta di ritratto collettivo.

Se si è immersi in quella realtà alla fine è come se si vivessero le stesse esperienze da angolature diverse?

All’inizio l’idea era quella di raccogliere solo le voci di condannati ed ex-condannati, ma di libri così ce ne sono già tanti. Il taglio è venuto man mano, mettendomi in ascolto, da sé. Alla fine, devo dire che i vari tasselli del mosaico si sono composti e il messaggio di tutti si è trovato spontaneamente unanime e riassumibile in tre parole chiave: reinserimento lavorativo, formazione, sport.

Il carcere ha lo scopo di rieducare il condannato perché sia capace di reintegrarsi in società senza tornare a fare del male, questo prevede la nostra Costituzione. Pensi che accada per una percentuale accettabile in Italia?

I tassi di recidiva mi costringono a rispondere di no. È doveroso aggiungere tuttavia, senza falsa retorica, che insieme a un sistema che deve funzionare occorre una ferrea e sincera volontà a riprendersi la vita in mano e ricucirne gli strappi da parte dei detenuti e detenute, e non tutti o tutte lo vogliono davvero.

Come viene accolto un libro del genere - sostenuto dalla tua sensibilità - dai parenti delle vittime, da chi soffre per i crimini commessi dai reclusi?

Questo libro parla anche di loro, della sofferenza a cui sono costretti e dello stigma che spesso li tocca. Una mancata rieducazione e un reinserimento privo di successo post condanna è un problema collettivo: di chi sta scontando la pena e torna a essere un pericolo per sé una volta in libertà, dei suoi familiari, dei parenti delle vittime e per la sicurezza dell’intera società. Per questo è stato accolto fin qui di buon grado.

Cos’è il giornalismo costruttivo di cui ti occupi da anni?

È un giornalismo che si mette in ascolto, non polarizza l’informazione e cerca di offrire anche delle soluzioni alle questioni esaminate.

Ti è stato facile trovare un editore per questo tuo volume?

Considerando la “giungla” in cui versa il panorama editoriale e i tempi di risposta di questo settore tutt’altro che celeri, rispondo di sì.