di Giulio Cavalli
Left, 18 dicembre 2020
La pandemia, doveva essere la prova che in un mondo globale non ci si può disinteressare di ciò che accade agli "altri". Invece il nostro mondo si è ristretto ancora. E gli "altri" sono stati fatti sparire: di detenuti, poveri, diseredati e calpestati sembra che non sia il caso di parlare.
Forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che questo 2020 è stato un anno nero per i diritti, che si fa una fatica immane a parlarne e a farne parlare, che perfino nelle pagine sempre assetate dei siti d'informazione e delle bacheche di politici sembra che non ci sia spazio per discutere di diritti calpestati e di dignità da preservare. È un movimento sottile che si è infilato sottopelle anche dei cosiddetti "attenti", quelli che comunque l'empatia l'hanno sempre esercitata con gli ultimi e che oggi in nome dell'emergenza si ritrovano schiacciati dalla morsa della pandemia che infligge prove sanitarie, economiche, sociali, lavorative.
Ci si aspetterebbe che nel momento in cui una buona fetta di popolazione rischia di finire tra gli ultimi per la crisi provocata dal Covid scoppiasse dappertutto una rinnovata empatia, una coinvolgente solidarietà e un nuovo movimento di massa che riesca a tenere aperti gli occhi su ciò che accade "fuori" da noi, al di là della nostra ristretta cerchia di conoscenze e dei nostri abituali contatti sociali. E invece, per ora, poco o niente.
"Occupati di sopravvivere e non sprecare energie e tempo per occuparti dei sopravviventi" è il comandamento di questo 2020: la lezione risuona invertita. Se davvero il coronavirus ci ha insegnato che può capitare a tutti di ritrovarsi in condizioni che non avremmo mai sospettato nemmeno nei nostri momenti più bui la reazione spropositata da parte dei più è la solita visione egoriferita che vede nei diritti degli altri la causa della contrazione (se non addirittura uno scippo) dei nostri diritti.
Doveva essere la prova che siamo un mondo globale che non può permettersi di disinteressarsi di quello che accade dall'altra parte del mondo e invece con la pandemia il nostro mondo si è ristretto, ancora, ancora una volta. Si è ristretto fisicamente nelle quarantene obbligate che ci hanno costretto a guardare nelle minuscole case di moltissimi italiani ma si è ristretto anche dal punto sociale, sentimentale e dell'ampiezza del pensiero.
Lo scopo è uscirne vivi, uscirne in piedi e uscirne "nonostante" gli altri, mica insieme agli altri. Una sorta di sovranismo al cubo, fuori dall'ideologia politica ma perfettamente aderente al sovranismo politico che attraversa il mondo, per cui l'unica vera patria è rio e al massimo i parenti più stretti, quelli che sono stati anche certificati e burocratizzati dal termine "congiunti". Se prima come spauracchio funzionava l'immigrazione (pompata e raccontata sovradimensionata) ora il virus svolge lo stesso ruolo senza nemmeno bisogno di acrobazie linguistiche: occupati di te, pensa a te, pensa ai tuoi cari, lascia perdere tutto quello che sta lì fuori.
Un lockdown delle responsabilità che ci regala un ragionamento infeltrito e localissimo: si sorvola sugli spaventosi numeri di contagi e di decessi nazionali ma si sobbalza se un amico o un vicino contrae il virus. Il tracciamento che non è stato fatto a livello nazionale circola velenoso di quartiere in quartiere per scuoiare l'untore e per rinchiudersi dentro.
È un processo che era già iniziato da anni con il federalismo delle responsabilità che ci avevano inoculato lentamente e che ora ha preso a correre: la responsabilità sociale di cui ci sentiamo investiti anni fa si limitava al nostro territorio nazionale (quanto si faticava a scrivere e raccontare delle ingiustizie dell'altra parte del mondo), poi si è ristretta alla propria regione, bastava che quella fosse la locomotiva d'Italia per sentirsi al sicuro e tutelati, poi ha cominciato a bastarci che la nostra città fosse una città tranquilla e che ce frega perfino del resto del territorio regionale, poi addirittura che il nostro quartiere fosse un quartiere tranquillo, perfino che il nostro condominio fosse infine un sereno condominio e ora le dimensioni si limitano al nostro pianerottolo, dentro il nostro appartamento.
Tutto il resto è pleonastico, poco interessante, addirittura disturbante: "Mantenete le vostre energie per occuparvi delle vostre cose" è il comandamento generale. Così in questo 2020 spariscono tutti gli altri, ogni volta che si parla di poveri, di detenuti, di diseredati, di calpestati sembra che non sia il tempo e che non sia il caso di scriverne. Occupiamoci di non ammalarci, dicono e così c'è sempre un "ma anche" da sputare di fronte a ogni ingiustizia.
"Come possiamo occuparci degli altri se prima non ci occupiamo di noi?", dicono quelli che vorrebbero indurci al sovranismo dell'io. E la retorica egoistica funziona, eccome se funziona. Il virus ci ha cambiati, sì, e ha cambiato anche la voglia di fare informazione larga: meglio intervistare una schiera di presunti virologi (meglio ancora se sono in netto disaccordo tra di loro) piuttosto che raccontare dei focolai nelle carceri o delle file per il pane. In nome dell'emergenza ci invitano a non occuparci dei diritti degli altri con il solito errore di non capire che quegli altri, prima o poi nella vita, potremmo ritrovarci ad essere noi. E la solita storia, sempre quella, questa volta con l'ombra del virus. E intanto l'empatia muore. E come ci si può occupare di diritti con l'empatia rinsecchita?











