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di Enrica Riera

Il Domani, 31 agosto 2025

Nuovi propositi, nuovi obiettivi. Ma anche nuovi processi. L’estate è agli sgoccioli e ci si prepara a ripartire. Anche nelle aule di giustizia dove già dal mese di settembre sono attesi imputati “eccellenti”. Tradotto: uno e più membri del governo dovranno affrontare i procedimenti in cui si trovano coinvolti e che in base all’esito rischiano di metterne a repentaglio la poltrona. Chi sono i fedelissimi della premier Giorgia Meloni che dovranno essere giudicati davanti alla scritta “la legge è uguale per tutti?”.

Partiamo dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè che, abbandonato lo yatch su cui ha trascorso le vacanze insieme al collega di partito Ignazio La Russa, sarà costretta a far fronte a una serie di guai. La meloniana è quella che conta forse il maggior numero di grane giudiziarie.

Mandata a processo lo scorso giugno dal giudice monocratico di Roma, Alfonso Sabella, il 16 settembre dovrà presentarsi a piazzale Clodio per la prima udienza: l’accusa è quella di diffamazione nei confronti di Giuseppe Zeno, il finanziere azionista di minoranza di Visibilia, dai cui esposti è partita un’altra inchiesta. Quella per falso in bilancio in base alla quale la senatrice è stata rinviata a giudizio a Milano insieme al suo compagno Dimitri Kunz e ad altre quindici persone.

Le udienze del processo meneghino relative al crac della società della ministra hanno subito diversi rinvii: l’ultimo, disposto a luglio a causa del cambio di funzione di due giudici, è stato fissato al 16 settembre. Cioè nella data in cui Santanché dovrà trovarsi a Roma. Riuscirà la capa del dicastero di via di villa Ada a essere in due luoghi contemporaneamente? Il timore dei magistrati milanesi è che la loro udienza slitti per l’ennesima volta: del resto nelle scorse settimane gli stessi pm Marina Gravina e Luigi Luzi avevano parlato di “rischio prescrizione”. La ministra prontamente aveva ribattuto: “Preferirei l’assoluzione piena, ma questo non dipende certo da me”. C’è chi giura tuttavia che un altro rinvio non le sarebbe affatto sgradito.

Rimanere in sella? Resistere ad eventuali nuove mozioni di sfiducia avanzate dalle opposizioni? Sembrano questi gli scopi principali della “Santa”. Che però, proprio a causa dei procedimenti citati, come potrà dedicarsi alle delicate pratiche del suo dicastero? Un mistero di cui probabilmente si verrà a capo nei mesi prossimi. Quando la ministra dovrà affrontare anche ulteriori inciampi. Tra questi ci sono le indagini sulla bancarotta fraudolenta che, in base a quanto apprende Domani, dovrebbero chiudersi entro questo dicembre.

E poi c’è il guaio maggiore, sempre legato a Visibilia. La senatrice di Fratelli d’Italia sta infatti affrontando le udienze preliminari per una possibile truffa aggravata ai danni dell’Inps e pertanto dello Stato: 126mila euro per una presunta gestione irregolare della cassa integrazione in deroga Covid per tredici dipendenti. A questo proposito Santanché dovrà fare ingresso negli spazi del tribunale meneghino a ottobre, giorno 17. Ma una “soluzione” è già dietro l’angolo.

La ministra ha chiesto alla Giunta delle immunità del Senato di esprimersi sull’utilizzo, da parte della procura di Milano, di “registrazioni occulte”, chat e mail che la riguardano e che formano il nucleo dell’accusa nei suoi confronti. L’obiettivo è che venga sollevato dal Senato un conflitto tra poteri dello Stato che solo la Corte costituzionale potrebbe sciogliere. Entro il 15 settembre Santanchè dovrà anche presentare alla Giunta una sua memoria e poi potrebbe essere sentita in un’audizione ad hoc.

Il sottosegretario - Alla prova dei giudici sarà chiamato ancora una volta il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Che subito dopo la condanna a otto mesi per rivelazione di segreto a margine del caso Cospito, aveva annunciato di fare appello. “Una sentenza politica! Questa sentenza si commenta da sola! Dopo che l’accusa ha chiesto per tre volte l’assoluzione, arriva una sentenza di condanna fondata sul nulla. Attendo trepidante le motivazioni per fare appello e cercare un Giudice a Berlino”, aveva scritto sui social il numero due di via Arenula. Le motivazioni dei giudici di piazzale Clodio in effetti sono arrivate: le giustificazioni fornite dal sottosegretario “sono prive di senso logico”. Per i giudici dell’ottava sezione del tribunale di Roma, Delmastro inoltre “ha messo in pericolo la lotta al crimine”.

La vicenda è nota: la divulgazione in aula di informazioni riservate da parte di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, ottenute dall’amico e collega di partito Delmastro, in merito ai colloqui in carcere di Alfredo Cospito, l’anarchico ristretto al 41 bis. Notizie riservate utilizzate dall’esponente meloniano per attaccare alcuni deputati del Pd, rei di aver fatto visita al recluso in sciopero della fame.

Il collegio dei giudici, nelle motivazioni, ha pure sottolineato quanto detto da alcuni dei testimoni del processo. In particolare è stato fatto riferimento all’audizione di Giusy Bartolozzi, zarina del ministero, capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio. La magistrata in aula aveva sostenuto che le informazioni non fossero più segrete perché “viste da migliaia di persone”. Una giustificazione respinta dai giudici perché “non per questo viene meno il segreto”. La sentenza a cui si è di fatto appellato il sottosegretario non solo, quindi, sembra inguaiarlo: racconta pure il livello di competenza dalle parti di via Arenula.

Il caso Almasri - Livello di competenza che è apparso ancor più chiaro a seguito della vicenda Almasri, il torturatore libico nei cui confronti la Corte dell’Aia aveva diramato un mandato d’arresto e che il governo italiano ha rimpatriato con un volo di Stato a gennaio. I primi di agosto il tribunale dei ministri ha archiviato la posizione della premier, ma emesso un provvedimento di autorizzazione a procedere verso il guardasigilli Nordio, il capo del Viminale Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Gli uomini della presidente, secondo il collegio speciale, avrebbero favorito la fuga di Almasri. Per questo sono accusati a vario titolo di peculato, omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento.

Sempre dalle carte giudiziarie emergono i silenzi del ministro della Giustizia: sono i più assordanti. A gestire la vicenda sarebbe stata proprio la capa di gabinetto Bartolozzi su cui ora rischiano di accendersi i fari della procura di Roma. Ragione per cui a via Arenula i tecnici stanno studiando una strategia per salvarla. Una sorta di scudo per proteggerla da eventuali indagini del tribunale ordinario.

Comunque, dopo la consegna degli atti alla Camera, la presidenza della giunta per le Autorizzazioni ha deciso che la relazione sul caso Almasri sarà ultimata entro settembre: il 3 verrà definito il calendario dei lavori e saranno invitati per apposite audizioni sia Nordio sia Piantedosi sia Mantovano. Dopodiché si passerà alle votazioni: salvare o meno i ministri? Estendere l’immunità alla zarina del ministero della Giustizia? Tutti interrogativi a cui prestissimo bisognerà dare una risposta.

Nel frattempo, se il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha rigettato l’istanza di Alleanza Verdi Sinistra di rendere pubblico l’intero fascicolo Almasri, si attende ancora di capire se verrà accolta l’altra proposta di Avs: rendere gli atti accessibili a tutti i deputati e non solo alla giunta.

Infine, ce n’è anche per il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. Sul leader del Carroccio è attesa la decisione della Cassazione, a cui a luglio la procura di Palermo ha fatto ricorso contro la sentenza che lo ha assolto dai reati di sequestro di persona e rifiuto d’atti d’ufficio per la vicenda Open Arms. Secondo i pm Salvini nel 2019 avrebbe trattenuto illegittimamente a bordo della nave della ong un gruppo di migranti, impedendone per diciannove giorni i soccorsi. Cosa decideranno i giudici di legittimità? Quello che si profila è un autunno al chiuso dei tribunali.