di Eduardo Cicelyn
Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio 2021
Quando i carabinieri ti vengono a trovare non è che proprio sei contento. Questa volta però sentivo di meritare una bella notifica. C'era una bella giornata di sole. Propendevo all'ottimismo. E poi - pensavo tra me e me - se devono recapitare una brutta notizia in genere si presentano a casa, di prima mattina, e non sono molto gentili.
A me, per esempio, era successo nei primi giorni del 2018 di prendere un amaro caffè alle 6 del mattino con alcuni militari venuti a cercare quadri falsi nella mia abitazione. All'epoca feci anche un po' lo spiritoso, sfidandoli sull'attribuzione di certe opere astruse aggrappate alle mie pareti, strane immagini timorose e divertite di esser scambiate quasi sempre per sgorbi insignificanti che anche un bambino può fare.
Chiunque abbia in casa un'opera contemporanea ha dimestichezza con gli sguardi di sufficienza e i commenti ironici di parenti, fornitori e visitatori occasionali. Allora i carabinieri non trovarono o non seppero riconoscere i falsi, però mi condussero in caserma per scaricare tutte le chat dal telefonino e interrogarmi su un presunto giro di falsari sul quale la procura indagava da tempo. Dal documento che mi mostrarono seppi di essere anche io (forse) del giro. Insomma ero tra gli indagati.
Mi veniva da ridere, lo ammetto. Ho sempre lavorato con artisti viventi, i quali avrebbero dovuto falsificarsi da soli perché io potessi collaborare all'infame mercimonio. Tuttavia, scartabellando tra i ricordi minimi, mi tornò in mente un piccolo disegno di Piero D'Orazio che avevo venduto a un collezionista l'anno prima, dunque molti anni dopo la morte dell'autore. L'avevo avuto da un amico spensierato che ho perso con dolore l'anno scorso. All'apparenza era ben fatto, ben firmato, ben documentato e anche archiviato. Dissi ai carabinieri che l'avrei ripreso e consegnato loro perché potessero verificarne l'autenticità. Lo feci subito. Cioè oltre tre anni fa.
Questo non impedì che sui giornali locali, rigorosamente in prima pagina, (solo) il nome mio venisse pubblicato come autore insieme ad altri sconosciuti di una probabile truffa ai danni di alcuni collezionisti a me peraltro ignoti. Nessuna meraviglia, è chiaro. Come ha scritto qualcuno o forse io stesso, non ricordo, dalle nostre parti i giudici fanno indagini sociologiche e i giornali emettono sentenze. Tant'è che non si è saputo più niente di quell'inchiesta, ma tutti ricordano che io e altri (forse) producevamo e facevamo circolare false opere d'arte. L'ha scritto il giornale, l'hanno detto in televisione: una qualche verità pure ci sarà.
Dunque, quando l'altro ieri dalla stazione dei carabinieri nella quale fui a lungo interrogato hanno fatto sapere che c'era una notifica da ritirare, io ingenuamente ho pensato che qualcosa di buono avrei saputo delle indagini. Avendo la coscienza a posto, insomma ero quasi convinto che m'avrebbero riaffidato il quadro di D'Orazio insieme con qualche documento che mi restituisse il poco onore ancora rimasto. Niente di tutto questo.
Manco a dirlo, state pensando voi. E infatti non faticherete a mettervi nei panni miei, quando ho letto che si trattava della notifica di un vecchio provvedimento. Ieri sono andato in caserma solo perché il gip voleva comunicarmi che il 17 dicembre del 2018 le indagini a mio carico erano state prorogate. Ho impiegato due anni per saperlo. Così, per ingannare il tempo passato, presente e chissà quanto altro a venire, ho cominciato a figurarmi la scena alla moviola dei due pm Alessandra Converso e Maria Teresa Orlando intrappolate in "complesse attività di indagini assolutamente indispensabili" che implorano il gip Rosa de Ruggiero di concedere tempo ulteriore in attesa di relazioni tecniche su decine di quadri di autori diversi.
Hanno commissionato un bignamino della storia dell'arte, la cui scrittura sarà stata affidata a prezzo di saldi a qualche studioso bisognoso, mentre i carabinieri da due anni piantonano l'uscio delle stanze dei magistrati indecisi sul da farsi. Un amico misogino ha commentato tra i denti che in fondo è solo una questione di donne, che in genere sono molto studiose ma anche troppo indaffarate in tante cose diverse, tra famiglia e lavoro.
Mi dispiace l'immagine. Sono della scuola che la giustizia non ha sesso né partito e che debba fare il suo corso, ma questo lungo, lunghissimo corso - devo ammetterlo - mi molesta. A me ormai sembra piuttosto una giustizia fuori corso, insomma un'ingiustizia. Dunque, agli inquirenti - e uso il maschile absit iniuria verbis - vorrei indirizzare una piccola preghiera. Di grazia, potrei sapere in qualche modo se tre anni fa ho davvero commerciato un'opera falsa? Se tale però non è, per cortesia, ne gradirei la restituzione. Sapete com'è, quelli come me non vivono di pubblico stipendio. Una compravendita, per quanto minima, è lo scopo del mio lavoro. Onesto, fino a prova contraria.











