di Maurizio Maggiani
La Stampa, 9 settembre 2024
Non ci sono risposte all’orrore dei delitti in famiglia. E ciò che ci terrorizza è proprio la mancanza di controllo. Vorrei proporvi una poesia, il suo autore è Bertolt Brecht, e il titolo è “Jacob Apfelböck o il Giglio dei campi”. Questa poesia è stata pubblicata per la prima volta nel 1927, cento anni or sono, e si riferisce a un fatto di cronaca nera, nerissima, che evidentemente aveva molto colpito il drammaturgo. Così come ci ha molto colpito l’analogo fatto dei giorni scorsi e quelli degli anni appena passati. Ci ha molto colpito e molto ci ha interrogato e ancora continua a interrogarci. Evidentemente molto ha interrogato anche Brecht, ma delle sue domande non ne ha fatto un dramma teatrale, ma una poesia; e se il teatro è da sempre un potente risponditore, gli ateniesi ne hanno fatto uno straordinario strumento di soluzione dei conflitti più drammatici, appunto, addirittura il luogo di una psicoterapia di massa, la poesia no, la poesia non sa dare risposte, la poesia sa fare soltanto domande.
E Brecht, che non può non farsi domande, accetta l’evidenza di non potersi dare risposte, lui, il creatore del Teatro Didattico, o sì, una risposta se la dà, ed è la stessa di Jacob, non lo so. Noi questo non lo accettiamo, noi siamo straziati dall’angoscia alla ricerca di una risposta, vogliamo sapere e capire e ne siamo ossessionati, interpelliamo chiunque reputiamo adatto a una risposta, psichiatri, psicoterapeuti e psicoanalisti, giudici e procuratori, opinionisti con figli e opinionisti, più fortunati, che non ne hanno. E ognuno dice la sua, tutte cose interessanti e opinabili, ma in definitiva nessuna vera, riposante risposta, a parte quella per niente tranquillizzante dei più sinceri, che è la stessa di Jacob e di Brecht, non lo so. E questo proprio no, non ci va giù, perché se c’è una cosa che ci terrorizza è la mancanza di controllo.
Abitiamo un sistema di vita e di relazioni enfio di dissennati squilibri, e se riusciamo a viverci è solo perché siamo indotti a credere che comunque sia alla fine è tutto sotto controllo. No, non è tutto sotto controllo, abbiamo disseminato la nostra vita di milioni di telecamere, ci sono almeno tre satelliti per lo smartphone che abbiamo in tasca che ci seguono nei nostri movimenti con la precisione di mezzo metro, e ancora non abbiamo inventata una telecamera buona da incistare nel cuore di un adolescente, non un satellite abbastanza performante da rilevare le vibrazioni della sua mente.
Non tutto è controllabile, non tutto prevedibile, non tutto governabile, non tutto decifrabile, neppure in un perfetto sistema totalitario; ci sono profondità nell’animo di ognuno di noi che nessuna telecamera è capace di esplorare, nessun sistema educativo di colmare, nessuna consulenza spirituale di addomesticare, nessuna forza di polizia di prevenire. Abissi ignoti a noi stessi; l’io non è padrone in casa sua, è una delle constatazioni cliniche più sagge di Sigmund Freud, che per altro al tempo della poesia esercitava non troppo lontano da Bertolt Brecht.
Nei giorni scorsi, in una delle rare splendide mattine di questa estate, a una solitaria fermata del bus di un ridente paesello apuano ho incontrato un ragazzino. Era seduto a terra, lo zainetto poggiato ai piedi, il suo cellulare posato sull’asfalto, la testa tra le mani. E piangeva, piangeva con grandi e lacerati singhiozzi, piangeva senza un filo di tregua per respirare. Io e mia moglie, noncuranti delle regole intorno alla privatezza, ci siamo avvicinati e abbiamo rispettosamente chiesto se avesse bisogno di qualcosa. Il ragazzino piangeva, piangeva da strapparti via i sentimenti, e non rispondeva. Vuoi un po’ d’acqua? Il ragazzino piangeva, ancora e ancora, ma infine, senza sollevare la testa dalle mani, ha sussurrato, no, grazie. Così che ce ne siamo andati per la nostra strada, perché non c’era niente che potessimo fare, niente da dire, niente di niente. Ma per la nostra strada è venuto anche quel ragazzino, ed è ancora qui, ancora con noi con il suo pianto, il suo pianto e l’incommensurabile dolore che portava con sé, un dolore a cui non abbiamo potuto portare alcun rimedio, un dolore che non abbiamo avuto modo di lenire, un dolore di cui nulla sapevamo, troppo grande anche solo per immaginarlo, ma solo constatarne l’irrimediabile. Ne siamo stati testimoni e non possiamo che portarlo con noi, caricato nei nostri cuori, un peso aggiunto al peso dell’incommensurabile dolore che incontriamo giorno per giorno nelle immagini e nei suoni che ci vengono dal mondo.
Ma con una grande differenza, quel ragazzino non è un’immagine, non è un racconto, sia pure raccapricciante, è carne che avrei potuto toccare con le mie mani, è lacrime che con le mie mani avrei volentieri asciugato se non ci fosse stato quel no, grazie. E io sono quel ragazzino, io sono quelle sue lacrime e quello sconosciuto dolore, perché c’è stato un tempo che anch’io ho pianto a quel modo, anch’io ho provato uno strazio mortale, così abissale che non riesco neppure a ricordarne la precisa ragione, sempre che ci fosse stata. Alla mia fermata sono salito sul bus e sono arrivato fin qui, a questa pagina, vivendo assieme a quello che sono stato, al mio pianto, al mio dolore. Nel frattempo non ho sgozzato mio padre, mia madre e mia sorella, e ho buone ragioni statistiche per credere che non lo farà neppure quel ragazzino. Ma so anche che sarebbe potuto accadere; anche se con una probabilità infima, sarebbe potuto accadere che sul bus non avrei avuto la forza di salire, che non avrei avuto la forza di essere presente al mondo abbastanza da rispondere no, grazie, che il mio dolore mi avrebbe straziato a tal punto da darmi invece la forza inumana per fare l’impensabile e l’indicibile.
Né io, né voi, né il ragazzino siamo un altro Jacob giglio dei campi, ma, e parlo a noi adulti, a noi che pensiamo di avere le chiavi per tutto comprendere, tutto contenere, tutto controllare, siamo testimoni e portatori di abissi di dolore incontenibili, incomprensibili e incontrollabili. Da adulti dovremmo avere almeno il coraggio e la sensibilità, e il buon senso, di saper vivere con questa coscienza. E non porre troppa fiducia sulle telecamere e i satelliti, e, con tutto il rispetto, neppure sui delegati alle risposte, quando l’unica, ragionevole risposta è non lo so.
Jacob Apfelböck o il Giglio dei campi
di Bertolt Brecht
In mite luce Jacob Apfelböck
uccise il padre e la madre suoi
li chiuse tutti due nell’armadio
e restò nella casa solo lui.
Correvano a nuoto nubi sotto il cielo
e intorno alla casa il mite vento estivo
soffiava e nella casa c’era lui solo;
sette giorni prima era ancora un bambino.
Passavano i giorni, passava anche la notte,
e nulla era diverso, o parecchie cose.
Vicino ai genitori Jacob aspettava,
così, accada quello che vuole.
Disse il giornalaio che veniva ogni giorno:
“Che odore è questo? Sento un puzzo
che ammorba!”.
Con mite voce disse Jacob:
“È la biancheria, dentro il guardaroba”.
Disse un di’ il lattaio che veniva ogni giorno:
“Che odore è questo? Si sente un puzzo di morte!”.
Con occhi miti disse Jacob:
“È il vitello, che in dispensa si corrompe”.
E quando nell’armadio gli guardarono
in mite luce stava Jacob Apfelböck,
e quando chiesero perché l’avesse fatto
Jacob rispose: “Non lo so”










