di Colum McCann*
La Stampa, 14 marzo 2022
Dobbiamo credere al potere delle parole e delle cose minuscole che sembrano irrilevanti, così contrasteremo i guerrafondai che non hanno il coraggio di amare la bellezza.
La pandemia ci ha insegnato - e continua a insegnarci - che siamo significanti e nello stesso tempo insignificanti. La guerra in Ucraina offre a tutti noi l’opportunità di mettere alla prova la nostra rilevanza di fronte alla schiacciante disperazione.
Nel corso degli ultimi anni, ci è stato ricordato di continuo quanto si sia incredibilmente piccoli di fronte alla realtà del mondo. Siamo stati colpiti da un virus che ci ha puntato il dito contro. Ci fissava come un poster di guerra. Noi tutti abbiamo ceduto in una forma o nell’altra. Era come se potessimo vederci dall’alto e osservare quelle piccole molecole di insignificanza rimbalzare. Non eravamo niente a confronto. Eppure, nello stesso tempo, siamo diventati enormi nelle nostre minuscole stanze. Abbiamo iniziato a capire che le nostre vite contavano sul serio, non solo per noi stessi ma anche per gli altri. Il nostro respiro, contava. Le nostre mascherine, contavano. I nostri due metri di distanziamento, contavano.
Siamo stati costretti entro le mura di casa per salvare il mondo, mentre altri (medici, infermieri e operatori in prima linea) dovevano uscire allo scoperto per stabilire gli impedimenti e i confini delle iniziative umane. La guerra in Ucraina è epica nella portata della sua malvagità. È un affronto al pensiero umano dignitoso. La sua propensione al male è esponenziale e può contagiare ognuno di noi. Viviamo nell’epoca dell’esponenziale, in cui tutto - compreso il male stesso, insieme alla sua descrizione, o meglio, alla sua rappresentazione - ha la facoltà di viaggiare quasi letteralmente alla velocità della luce. Dopotutto, è la luce a portare ogni notizia in giro per il mondo, per lo più attraverso cavi sottomarini e comunicazioni satellitari.
Nessuno può dubitare che si sia sull’orlo di una possibile catastrofe mondiale: c’è un preallarme stimato di sette minuti tra il lancio del missile nucleare e l’istante in cui sventra il suo bersaglio. Nel gennaio di quest’anno - prima ancora che Putin iniziasse a spostare le sue truppe - l’orologio dell’Apocalisse di Chicago era impostato a soli 100 secondi alla mezzanotte, più vicino di quanto sia mai stato. Eppure, anche se è il treno a venirti incontro, c’è pur sempre la luce in una parte del tunnel. In seno all’epico c’è la grazia del minuscolo, e il minuscolo può salvarci. Bellezza e resistenza, arte e solidarietà sono capaci di sfidare la fine del mondo. È facile da deridere, ma impossibile da negare.
La scorsa settimana un gruppo di musicisti dell’Accademia Nazionale di Musica dell’Ucraina P. Ciajkovskij si è riunito per suonare la sua musica all’aperto, a Maidan, la piazza centrale di Kiev. Si sono imbacuccati in sciarpe e cappelli pienamente consapevoli che un sibilo sinistro avrebbe potuto benissimo interrompere il violino, il flauto, il violoncello. Per venticinque minuti le note hanno continuato a crepitare nell’aria gelida. Ed è successo in tutto il paese: come riportato dal Washington Post, una donna ha eseguito una versione da brivido di What a Wonderful World alla stazione ferroviaria di Leopoli, dove carrozzine per bambini vuote fiancheggiavano i binari.
Non solo l’arte, la musica o la letteratura, hanno un modo per vedere oltre la fine: lo abbiamo tutti noi, in ogni maniera possibile. Se il mondo ha dimostrato qualcosa in questo ultimo mese, è stata la sua capacità di parlare. Magari parlare non basta - del resto, il sentimento privo di azione può essere disastroso - ma c’è perlomeno questo, e costituisce la base per una pacificazione ancora di là da venire.
Le sanzioni sono una forma di pacificazione. Gli editoriali indignati sono una forma di pacificazione. Così come le canzoni intonate fuori dalle stazioni ferroviarie. Anche le pentole che sbattono sui balconi del mondo sono una forma di pacificazione. Questa volta, la maggior parte del mondo parla all’unisono contro un male ingiustificabile. È sufficiente? No, certo che non è sufficiente. Niente è mai sufficiente. In nessun caso.
“Dov’è l’origine della nostra prima sofferenza?” chiese Gaston Bachelard, un filosofo francese. “Sta nel fatto che abbiamo esitato a parlare... è nata nel momento in cui abbiamo cominciato ad accumulare silenzi dentro di noi”. Che ci piaccia o no, facciamo parte della musica più ampia e dobbiamo assumerci la responsabilità delle linee melodiche che ci circondano. Tutto ciò che può essere detto deve essere detto. Tutto ciò che può essere cantato deve essere cantato. Tutto ciò che può essere inviato - denaro, vestiti, preghiere, presenza, coperte, cibo - deve essere inviato. Qualsiasi sanzione possa essere imposta deve essere immediatamente imposta.
Fanculo il costo della benzina. Fanculo l’inflazione. Fanculo il calcio. E fanculo se la nostra voce in Russia o in Cina o a Cuba o altrove non la sentono nemmeno. La sentiranno. Alla fine. La nozione di Gramsci di “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” qui è cruciale. Il mondo dei cinici è costituito da fabbricanti di bombe, industriali e guerrafondai. Sono convinti di aver diritto al pessimismo che riempie le loro tasche, ma non hanno alcuna portata morale per accedere all’ottimismo della volontà. Non sono abbastanza coraggiosi per questo. Un adeguato ottimismo - venato com’è da un sano cinismo - è ciò che ci salverà.
Questa è ovviamente una contraddizione. Ma va bene. Viviamo in un’epoca malata di certezza. Va benissimo che si sia confusi. Dovremmo abbracciare il disordine in molti modi. Dobbiamo far sentire la nostra voce e allo stesso tempo accettare di soffrire.
*Traduzione di Marinella Magrì










