di Niccolò Zancan
La Stampa, 8 settembre 2025
Stefano Nazzi, 63 anni, giornalista, scrittore, è uno dei più bravi a raccontare la cronaca nera e la giudiziaria. Dopo anni nella vecchia carta stampata, era inviato e poi vicedirettore del settimanale Gente, ha incominciato una nuova vita con un podcast di grande successo al Post. Pochi aggettivi. Ricerca accurata delle fonti. Chiarezza nel racconto. “Intanto a casa Gacy, la vita procedeva ordinata. John e Carole si erano sposati, ora erano una famiglia. La colazione insieme la mattina, poi il lavoro, la scuola, la sera la televisione. Ogni tanto lui si incantava guardando la moglie e le ragazze camminare su quel pavimento. Ascoltava i loro passi e pensava a cosa c’era lì sotto”, ecco una tipica frase alla Nazzi. Ora è in uscita il suo nuovo libro, “Predatori. I serial killer che hanno segnato l’America” (Mondadori).
È l’occasione per una chiacchierata sul male e sul mestiere di raccontarlo. Il tu è d’obbligo, come da legge non scritta fra colleghi giornalisti.
Stefano Nazzi, secondo te perché la cronaca nera va così di moda? “Io credo che abbia sempre suscitato molto interesse. Fin dagli anni Cinquanta, e persino durante la guerra, ha sempre occupato spazi importantissimi. La differenza è che adesso è cresciuta l’offerta: televisione, social, un proliferare di podcast”.
Tu racconti trasversalmente, da poco anche in televisione: qual è il mezzo che senti più congeniale?
“Il teatro. Non avevo mai fatto niente davanti al pubblico. Ma adesso ho scoperto che lì si crea un contatto, qualcosa di unico”.
Perché nel tuo nuovo libro hai deciso di occuparti dei serial killer americani?
“Leggendo, mi aveva colpito un’espressione usata per definire quello che era successo negli Stati Uniti: un’epidemia. Ma come? Un’epidemia di serial killer? Sì, in effetti a un certo punto ci fu un proliferare estremo di casi, e ovviamente mi interessavano quelle figure così lontane da noi. Mai visto niente di paragonabile”.
Nell’introduzione citi una statistica del criminologo Ruben De Luca secondo cui su tremila assassini seriali dell’epoca moderna il 57,9 per cento sono americani. Secondo te, perché?
“Prima di tutto c’è la facilità al recupero di armi che non c’è da altre parti. Contrariamente a quanto si pensi, i serial killer hanno ucciso prevalentemente con armi da fuoco. Secondo: la guerra del Vietnam potrebbe avere avuto un peso, con la violenza che si è riversata nell’animo delle persone. Altri studi dicono che anche la diffusione, nuova e estrema, della pornografia potrebbe avere avuto un’influenza. Il serial killer Ted Bundy disse che i suoi primi sogni malati di dominio erano venuti da lì”.
Un tratto comune di tutte le storie è che nessuno conosce il prossimo. La cronaca nera è anche raccontare questa invisibilità?
“Sì, ci facciamo sempre un’idea superficiale delle persone. Anche andare a chiedere ai vicini di casa, pratica di noi giornalisti, è quasi sempre un esercizio inutile. Che vuoi che ti rispondano? Mi salutava, era gentile. Peraltro: questi serial killer dell’epidemia invertivano l’immaginario comune. Non erano isolati e trasandati. Ma inseriti, eleganti, belli. La realtà è che non sappiamo niente degli altri”.
Scrivere come antidoto all’ipocrisia?
“È una lezione, per certi versi. Ti dice: non pretendiamo di capire tutto semplicemente da alcuni atteggiamenti. Gli esseri umani sono molto più complessi e misteriosi di quello che pensiamo. Non ci stanno, tutti interi, nei nostri dibattiti televisivi”.
Se uno pensa alla nera di Buzzati pensa che sia un racconto sociale, se uno invece pensa al plastico di Bruno Vespa della villetta di Cogne pensa che sia un’altra cosa. Ti poni un limite su quello che si può raccontare?
“Sì. Me lo pongo sempre. È un insegnamento che devo a Carlo Lucarelli. Quando uno sta per scrivere particolari macabri che possono disturbare, deve sempre chiedersi se sono utili o no alla comprensione. Servono a capire oppure è solo un modo per creare emozione? Quello è il discrimine. Ci sono particolari crudi che sono fondamentali al racconto, altri no”.
Qual è la lezione più grande che hai imparato sulla via della cronaca nera?
“Prendersi più tempo. So che è difficile per chi lavora nei quotidiani, ma certe volte è meglio arrivare un’ora dopo ma capire meglio, verificare di più. Sul caso Garlasco abbiamo letto tutto e il contrario di tutto. Ho imparato che alla conclusione delle indagini, molte delle cose che noi avevamo sentito e ci avevano indirizzato nello scrivere - e di cui eravamo convinti - nel tempo si sono rivelate inconsistenti oppure molto diverse da come le avevamo ipotizzate”.
Qual è uno scrittore a cui ti ispiri?
“Ce ne sono tanti. Truman Capote per la cronaca, ma anche Giorgio Bocca. Adesso il più grande di tutti nel raccontare la realtà è Emannuel Carrère”.
Il programma Belve di Francesca Fagnani ha avuto molto successo. Ma molti hanno criticato il passaggio dalle belve dello spettacolo a quelle, molto più belve, della cronaca nera. Tu hai preso parte al programma: cosa ne pensi?
“Francesca Fagnani viene dalla cronaca nera. Ha scritto libri sulla malavita romana. Si è sempre occupata di casi di cronaca. Non capisco perché un bravo giornalista non possa un giorno intervistare Stefano Di Martino e un altro giorno Massimo Bossetti. L’unica cosa che conta è fare le domande giuste. Io credo che Francesca Fagnani abbia pagato un pregiudizio. Non lo capisco, non lo condivido”.
Forse chi racconta la nera certe volte lo fa anche per paura di quel nero. Intendo dire, paura di potergli assomigliare. Per te è mai stato così?
“No, paura di finire fra i cattivi no. Da bambino io avevo paura. Profondo rosso di Dario Argento mi terrorizzò per settimane. Se uno si conosce, conosce i suoi difetti e le sue piccole cattiverie. Ma sa anche qual è il limite che non supererà mai”.
Perché molti non lo superano e alcuni sì?
“È la domanda. Da dove viene il male? Ci sono tanti fattori. Spesso nei serial killer è il desiderio di possesso sugli altri. Sono persone che si pensano al centro dell’universo, persone per cui contano soltanto i loro obiettivi. Alla base c’è una mancanza totale di empatia nei confronti del resto del mondo”.
Qual è il caso che ti tormenta di più fra quelli che hai seguito?
“Tutti quelli che riguardano i bambini, le persone più indifese della terra. Ma posso dirti che c’è una storia, quelle delle Bestie di Satana, che ho seguito tanto e mi è rimasta lì. Perché se parli con quei ragazzi che si uccisero fra loro, ancora adesso, ormai diventati uomini, non ti sanno dire perché lo fecero. Anche i criminali hanno delle spiegazioni, ma lì c’è il vuoto pneumatico più assoluto. O non c’è una ragione, o comunque non la sanno dire. Questo è quello che mi spaventa di più”.











