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di Valter Vecellio

lindro.it, 17 novembre 2022

Un numero di suicidi e di morti mai stato così alto; e crescerà dal momento che l’anno ancora non è finito. È inquietante che in meno di un anno si siano uccise oltre ottanta persone, per lo più giovanissimi, detenuti per reati che comportano pene irrisorie. Molti di questi suicidi in carcere non avrebbero dovuto neppure starci: dipendenti da alcol o droga o malati psichiatrici. Si parla dei suicidi, ma va considerato che ogni settimana di agenti della polizia penitenziaria salvano una media di tre detenuti che cercano di togliersi la vita. Siamo arrivati, a 77 detenuti che si sono uccisi; a loro vanno aggiunti anche quattro agenti della polizia penitenziaria. Ogni storia è una storia a sé; al tempo stesso chi deve sorvegliare i detenuti spesso si viene a trovare nelle stesse condizioni di disagio e di angoscia di chi è recluso.

C’è un “male oscuro” che alligna nelle carceri; un “male oscuro” che è all’origine di suicidi, tentati suicidi, atti di autolesionismo, aggressioni, disordini. I problemi sono quelli che si denunciano da anni, inascoltati: i detenuti nelle 192 case circondariali italiane risultano essere più di 56mila, oltre seimila in più rispetto alla capienza regolamentare consentito. Il sovraffollamento è la prima causa del disagio. Poi la carenza di personale, l’inadeguatezza degli ambienti, le precarie condizioni igienico-sanitarie. Solo 39.800 detenuti hanno avuto una condanna definitiva. Gli altri sono in attesa di giudizio o scontano pene con sentenze non ancora passata in giudicato. Sono proprio loro i più a rischio suicidio. Spesso sono immigrati che non conoscono l’italiano o non hanno i mezzi per un avvocato.

Ancora: nel 2022 sono morti 186 detenuti; tra loro ben 27 “per cause da accertare”. Non si sa perché e come siano morti, pur essendo morti in una struttura dello Stato, e dallo Stato gestita. Incredibile.

La nomina di Carlo Nordio a ministro della Giustizia è stata salutata positivamente da quanti auspicano e sperano che possa e sappia fare quello che diceva essere necessario fare: Marta Cartabia, che l’ha preceduto nella difficile poltrona di via Arenula doveva fare i conti con una maggioranza litigiosa e attraversata da mille pulsioni tra loro diverse e di opposto segno. Nordio non ha di questi problemi: la maggioranza di governo è solida, anche se certamente la Lega di Salvini e buona parte dei Fratelli d’Italia in materia di giustizia sono lontani dalle posizioni del ministro.

L’altro giorno, a proposito dei migranti il ministro Nordio ha usato una frase un po’ infelice. Ha detto che era necessario inviare a tutti un “messaggio”, che in Italia c’è un nuovo corso. Si potrebbe obiettare che le leggi non si fanno per mandare “messaggi”, ma perché le si ritengono utili per il cittadino. Ma al di là di questo dato, non solo formale, si accetti pure la logica del “messaggio”. Per quello che riguarda il carcere, le condizioni di vita dei detenuti, degli agenti della polizia penitenziaria, dell’intera comunità del carcere, quel è il “messaggio” che giunge dal ministero della Giustizia, quale il segno che c’è un “nuovo corso”?

Se qualcuno obietta che si attende il ministro Nordio al varco, la risposta è sì: lo si attende al varco. A questo varco del carcere, dei suicidi. Se qualcuno obietta che è presto, la risposta è no: anzi, è tardi. Drammaticamente tardi.

A proposito di “messaggi”: la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ordina al governo italiano, pena condanna dell’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, di cessare dal continuare a rinchiudere nel carcere di San Vittore, e di assicurare invece un posto di cura nelle apposite “Rems-Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive”, due detenuti “non imputabili” e perciò assolti nei processi per reati commessi in stato di “incapacità di intendere e volere”, ma nel contempo non liberabili perché indicati dalle perizie e poi quindi dai giudici come “socialmente pericolosi” a causa dei propri disturbi psichiatrici.

È caso di un tema più volte segnalato e irrisolto. Giustissimo aver chiuso i vecchi, incivili Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Al loro posto le Regioni dovevano istituire le Rems (subentrate dal 2017). Il fatto è che non dispongono di sufficienti posti per soddisfare la “domanda”: con il risultato di allungare anche a 5-6 mesi le liste d’attesa in media per 60-70 persone: che così vengono trattenute illegalmente in carcere se già in custodia cautelare, con il rischio che facciano del male a se stessi o agli altri detenuti (e quindi con annesse responsabilità per gli incolpevoli direttori e agenti delle carceri, che anzi accettano di tamponare una situazione assurda); o restano in libertà ma con il rischio di riversare la loro pericolosità sociale sugli altri cittadini.