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di Simona Buscaglia

Corriere della Sera, 28 settembre 2025

Fuori dalla finestra le piogge torrenziali segnalano la fine dell’estate. In un pomeriggio di settembre, in una sala biblioteca ben fornita sfilano titoli tradotti in tutte le lingue: dall’arabo al cinese, dall’albanese all’inglese fino al francese. Un ragazzo di circa trent’anni stringe tra le mani un volume dal titolo “Le condizioni ideali”, di Mokhtar Amoudi. Sopra di lui una scritta, “Io amo leggere”; intorno, una sala piena di persone sedute in attesa. Qualcuno si saluta: “Ah, ci sei anche tu? Sei carico e contento?”, dice uno. “Siediti qui vicino a me. Sai, non riesco tanto a parlare, mi hanno operato da poco e mangio ancora solo yogurt e banane. Scriverò le domande su un foglietto”. C’è chi scarta una caramella alla menta e la offre al vicino: “Ne vuoi una?”.

Sembrerebbe un incontro di un book club qualsiasi, in un posto anonimo, di una città italiana qualunque. Invece siamo nel carcere di Bollate e le persone che qui hanno residenza stanno per conoscere lo scrittore francese di origini algerine che ha vinto nel 2023, con il romanzo d’esordio, il Premio Goncourt des détenus, un riconoscimento letterario dove il vincitore viene scelto dai reclusi di 45 istituti penitenziari d’oltralpe, in territori che vanno da Rennes a Marsiglia, passando per Parigi, Lille, Strasburgo e Lione. Leggono e votano i libri finalisti, selezionati dall’Académie Goncourt, stabilendo le loro preferenze che portano poi a un vincitore.

La storia raccontata da Amoudi potrebbe essere quella di molte persone presenti all’incontro. Le condizioni ideali è infatti il titolo ironico di un libro che racconta la storia di Skander, un ragazzo abbandonato quand’è ancora un bambino da una madre incapace di crescerlo e affidato ai servizi sociali. Il contesto è quello di una violenta banlieue parigina, dove il giovane cerca di sopravvivere e sfuggire a quello che sembra un destino segnato. Il percorso di chi non ha una base di partenza favorevole è sempre a ostacoli e infatti il quartiere influenza il protagonista, che, per racimolare denaro e comprarsi i vestiti di marca per distinguersi dal mucchio, finisce anche in un giro di spaccio di droga. Rimane comunque una storia di riscatto: anche se la sua vita è sempre in bilico tra criminalità e voglia di uscirne, alla fine quest’ultima energia è più forte. La trama non è però quella di un romanzo e basta: potremmo definire Skander un alter ego di Amoudi, che viene dallo stesso contesto e ha vissuto gran parte delle tappe salienti del protagonista del suo libro. La sua vita reale è stata la principale fonte d’ispirazione.

Quando arriva nella biblioteca del carcere, per prima cosa osserva gli scaffali di libri. Poi comincia a salutare tutti, uno a uno, stringendo loro la mano e guardandoli in faccia. Quando si siede, le sue prime parole sono: “Consideratemi come un vostro amico, chiedetemi quello che volete. Odio parlare solo io”, ma soprattutto sottolinea: “Spero che leggiate molto qui, ho visto molti bei libri. Leggere è importante, per me ha rappresentato la salvezza. Sono partito divorando con curiosità il dizionario, anche se nessuno mi aveva mai detto di conoscere il mondo attraverso il linguaggio. Sono sempre stato curioso e anche questo mi ha aiutato”.

A chi gli chiede quanto sia stato difficile scrivere un libro che parla anche della sua vita, lo scrittore francese non si nasconde: “Mi sono dovuto immedesimare di nuovo nel me stesso di allora, rimettendomi a fare flessioni e ascoltare musica rap. Volevo raccontare le cose com’erano nel contesto in cui vivevo, quando facevo la spola tra due quartieri, che potrebbero essere Scampia 1 e Scampia 2, giusto per capirci”.

Il racconto si fa subito diretto, toccando tasti che portano a interventi e domande: “Mi sono ricollegato ai sentimenti di allora e non è stato facile. Mi ero accorto a un certo punto di essere completamente solo, anche se mia mamma la conoscevo, la vedevo ogni tanto e con lei avevo, alla fine, un buon rapporto. Fino all’ultimo non sapevo se inserire o meno la figura della donna che si è occupata di me. Prima non volevo, poi ho cambiato idea. Ho provato a rimettermi in contatto con lei per chiederle il permesso, ho chiesto a uno dei suoi figli. Non ho mai ricevuto risposta ma l’ho interpretato come un silenzio assenso”.

Il feeling con la platea è istantaneo, in tanti, prendendo la parola, ripetono: “Mi rivedo molto in quello che racconti”, e a un certo punto uno dei detenuti chiede silenzio prima dell’intervento di un compagno, emozionato nella voce: “Hai mai avuto paura di poter perdere il tuo futuro? Dove hai trovato il carburante per combattere?”. La risposta è secca: “Quando non hai niente, la scuola è l’unico strumento per uscire da una condizione svantaggiata. Ti permette di dimenticare per un po’ le cose che non vanno, ma è un amore che va coltivato, altrimenti piano piano te lo dimentichi. Io amavo la scuola e lo studio è stato la mia forma di riscatto ed evasione, che mi ha fatto dire: “Se ci metti tutta la tua volontà, ce la fai a non perderti”.

Ci sono stati momenti in cui ho rischiato ma, seguendo il filo delle mie passioni e della lettura, sono stato anche invitato all’Eliseo per parlare con alcuni consiglieri della politica. Ho aperto porte sbagliate, nella vita succede, però poi arriva il momento dove devi prenderti anche il tempo per pensare, stare solo e ricominciare”.

I sentimenti sono al centro di quasi tutte le domande rivolte all’autore, dai rapporti con i genitori a quelli con le altre persone, ma la curiosità si concentra sugli strumenti da trovare per uscire dai momenti insidiosi. Prende la parola un uomo sulla quarantina, camicia blu e occhiali azzurri, uno dei più attenti durante l’evento: “Anche se hai avuto incontri fortunati nella vita e hai pubblicato un libro, a volte ti senti giù? Come fai a non abbatterti? Scrivere ti ha aiutato?”.

Il racconto è molto intimo, non ci sono forzature, Amoudi risponde senza tentennamenti: “Nella mia vita ho incontrato persone che volevano solo il mio male, per questo sono stato tanto da solo. A volte mi capita di piangere, di gridare quando non c’è nessuno intorno a me. Poi però penso che sono stato fortunato a conoscere persone che mi hanno aiutato, come quando al tavolino di un caffè la numero due della casa editrice Gallimard mi ha lasciato il suo biglietto da visita dopo aver ascoltato la storia del mio romanzo mentre lo stavo raccontando a un amico. Quindi vado avanti, facendo quello che amo: scrivere è la cosa che mi rende più felice, ma i libri non si scrivono da soli. I lettori non sono nella tua testa e se hai una storia che vuoi raccontare devi lavorare ogni giorno per metterla materialmente nero su bianco”.

Sono finite le domande, l’incontro è terminato, qualcuno si avvicina al banco dei dolci allestito per l’occasione. Poi, un uomo con un copricapo arabo chiede di poter leggere un messaggio in francese per lo scrittore. Si ristabilisce il silenzio e tutti restano in ascolto: “Volevo ringraziarti per essere venuto qui da noi. Hai avuto coraggio a non diventare uno spacciatore, a non vendicarti di una vita che ti aveva dato poco. Sei un ottimo esempio di come prendere il cammino giusto invece di quello sbagliato, creando le tue condizioni ideali”.