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di Andrea Scaglia


Libero, 1 marzo 2020

 

"Deve marcire dentro", questa la frase che ci piace tanto. Ma quando la sentiremo rivolgere a noi stessi o a qualcuno a noi vicino, non ci resterà che piangere. E non ci ascolterà nessuno.

Attenzione, che quando si tratta di condanne inflitte a persone che appaiono ricche e potenti, i discorsi si confondono. Qui non si vuole entrare nel merito della vicenda penale, dei reati commessi o meno, di quanto Vittorio Cecchi Gori abbia davvero brigato per dichiarare bancarotta in maniera fraudolenta.

Dice: e vabbè, ma il resto è secondario. Mica tanto. Posto che non stiamo parlando di un assassino - qualcuno ci spiegherà quanto sia più dannoso per la società un bancarottiere di un omicida, ma tant'è - i guai giudiziari dell'ex produttore cinematografico nonché patron della Fiorentina iniziano nel 2001, 19 anni fa. Diciannove.

Il primo rinvio a giudizio risale al 2004. Da lì in poi, un labirintico susseguirsi di assoluzioni, archiviazioni, condanne nei vari gradi di giudizio, e poi altri processi e altri verdetti. E gli anni che passano. Fino a quest'ultima sentenza della Cassazione che dispone una pena residua di oltre 8 anni per Cecchi Gori, nel frattempo arrivato ai 78 anni.

Ora, la prima cosa che viene in mente è la sempre dimenticata "funzione rieducativa della pena", quella rimarcata anche in Costituzione - ma già accennarne, in questo Paese, viene considerato squalificante o, ancor peggio, "buonista". E che cosa vuoi rieducare un uomo di 78 anni, lustri dopo i reati commessi? Obiezione: ma in America li sbattono dentro anche se son vecchietti, loro sì che fanno sul serio. Se è per questo, là esiste ancora la pena di morte e convivono con tante altre contraddizioni: non potremmo, ogni tanto, assimilare le virtù dagli altri, invece dei difetti?

Le considerazioni da paradossali si mutano in tragiche sapendo che Cecchi Gori sconterà la pena a Rebibbia. Qui il discorso non vale solo per quest'ultimo condannato famoso, ma per tutti gli ospiti del carcere: Rebibbia conta oltre 400 detenuti in più rispetto alla capienza massima prevista.

Quattrocento! Ed è pazzesco vedere come ancora si spediscano in cella persone anziane e malmesse invece di pensare, come sarebbe logico e soprattutto umano, a modi alternativi di scontare la pena. In Italia siamo così: vedere ingabbiare qualcuno ci regala un brivido di piacere, fa sentire migliori noi che restiamo "fuori".

"Deve marcire dentro", questa la frase che ci piace tanto, ancor di più se la ripete il politico di riferimento. Quando la sentiremo rivolgere a noi stessi o a qualcuno a noi vicino, non ci resterà che piangere. Ma non ci sentirà nessuno.