di Ali Raffaele Matar
fumettologica.it, 14 aprile 2025
Un cielo azzurro. Un salone di bellezza. Una prigione. Immagini e luoghi che, a prima vista, sembrano fra loro incompatibili finiscono per diventare un tutt’uno, in “Deep Sky - La gabbia delle nuvole” (Dynit, 2020), manga della giovane promessa Marco Kohinata, particolarmente apprezzata in Spagna e Francia. Più che la redenzione o la mestizia della vita in carcere, il tema alla base del manga (ispirato a un romanzo di Mina Sakurai) è la gratitudine: è questo il sentimento che caratterizza l’attitudine della protagonista, condannata a causa della foga di un istante, che finisce per passare il suo periodo di detenzione a tagliare i capelli di altre donne.
È la gratitudine, poi, a risanare l’animo di una giornalista in erba inviata dal suo redattore in questo salone particolare, perché, in fondo, per ogni porta chiusa se ne apre un’altra. Gratitudine, infine, è l’unico appiglio che tiene in vita l’anziana Suzuki. Perché, anche quando sembra di essere rimasti completamente soli, un incontro inaspettato può diventare un pretesto per continuare ad andare avanti. Perché, in fondo, c’è sempre una luce in fondo al tunnel. E di questo è convinta anche l’autrice.
Per iniziare, mi piacerebbe sapere qualcosa sui trascorsi che l’hanno spinta a diventare una fumettista. Che ricordi ha del suo debutto?
Ho sempre amato disegnare. Fino al liceo, però, non avevo per la testa l’idea di diventare mangaka. Anche perché sapevo che il lavoro del fumettista, che disegna sempre sotto scadenze ferree, è davvero molto impegnativo. Tuttavia, dopo aver iniziato a frequentare l’accademia d’arte, sono stata costretta a lavorare part-time per pagare la retta, fare i compiti e prendermi anche cura di mia madre malata. Quindi, anche se credevo che mi sarei potuta concentrare nel disegno, non trovavo mai il tempo per lavorare alle opere che volevo creare. Ho iniziato a cercare lavoro come disegnatrice invece di un part-time, e mi sono imbattuta in un annuncio per aspiranti fumettisti. In quel momento, ho capito che, in realtà, avevo dentro molte storie che volevo disegnare. Così, ho disegnato un fumetto e l’ho inviato. È iniziato tutto così. Anche se a motivarmi sono state la ragione e il bisogno, guardandomi indietro ora, penso che essere diventata una fumettista sia stato per me un percorso naturale. Mi sono resa conto che, quando ripenso alla mia infanzia, mi viene in mente che sono stati i manga, gli anime e i libri illustrati a essersi presi cura di me più dei miei genitori.
Nelle foto ufficiali, appare sempre con il volto coperto da una maschera. È una cosa curiosa. Cosa rappresenta per lei?
Non mi viene in mente il nome esatto della tribù, ma questa maschera appartiene a un gruppo etnico africano. Ricorda vagamente il sole, ma in realtà rappresenta la luna. L’ho trovata online su un sito che vende prodotti africani e ha catturato subito la mia attenzione. Sento che la forma di questa maschera simboleggi la forma della mia anima. È per questo che la uso come autoritratto. In un certo senso, vorrei trasmettere la sensazione di essere una persona sempre alla ricerca della luce del sole (che per me rappresenta la speranza). Assomiglio un po’ alla luna innamorata del sole. Quando ho iniziato a usarla, non avevo formulato questi pensieri. Me ne sono resa conto solo di recente.
In Italia, per ora, abbiamo potuto leggere soltanto Deep Sky, ispirato a un romanzo di Sakurai Mina - una storia eccezionale su una detenuta che fa la parrucchiera in carcere. Quel che stupisce dell’opera è la bontà con cui vengono ritratte non solo la prigione ma anche le guardie che ci lavorano. Difficile non accorgersi che le clienti della parrucchiera, le donne “libere” che da fuori vengono a farsi tagliare i capelli in prigione, sembrano loro le vere “prigioniere”, ognuna nella propria gabbia mentale. Quest’elemento era già presente nella storia originale o è stato un tocco personale aggiunto nell’adattamento a fumetti?
Esatto. Nel romanzo originale, le clienti del mondo esterno che visitano il salone vengono descritte come se fossero loro stesse “prigioniere”. Per quanto riguarda la guardia, nel romanzo la sua storia non c’era. Ho aggiunto io quella parte. Ho voluto immaginare cosa si prova a vegliare ogni giorno su una persona simile.
A proposito di prigione, prima di iniziare a lavorare su questo manga aveva già letto altre opere ambientate in prigione come l’autobiografia di Kazuichi Hanawa o Rasputin di Junji Ito?
Mi vergogno ad ammetterlo, ma non ho cercato altre storie a fumetti ambientate in prigione. Prima di disegnare questo manga, non avevo mai prestato molta attenzione al carcere. Solo dopo la lettura del romanzo di Mina Sakurai ho scoperto che esistono dei saloni di parrucchieri in prigione come questo. Prima di mettermi a lavoro su quest’opera, però, sono andata in una vera prigione per documentarmi.
Quasi tutte le sue opere, da Deep Sky ad Akari e Artiste wa Hana o Fumanai, hanno in comune sempre un forte messaggio di speranza. Ottimismo e gentilezza pervadono non solo le storie ma anche i personaggi che lei ritrae. Cosa la rende tanto fiduciosa in un mondo così pieno di ingiustizie?
Come ho già detto, è così perché per carattere sono sempre in cerca di un raggio di luce, di una speranza in mezzo alla disperazione. In un mondo così difficile, anche quando si avrebbe solo voglia di sparire, vorrei trasmettere ai miei lettori l’importanza di non smettere mai di sperare. Voglio continuare a cercare quel raggio di luce anch’io insieme a loro. In realtà, non ci sono mangaka dell’era Showa che posso dire mi abbiano ispirato. Certo, mi piaceva Tezuka, ho sempre letto le sue opere. Penso che sia stato Chihiro Iwasaki ad aver influenzato più di tutti il mio stile di disegno. Poi, anche se non è proprio il più rappresentativo dell’era Showa, direi Hayao Miyazaki. Adoro le sue storie. Lo ammiro moltissimo.
A proposito, quest’anno è anche il suo decimo anniversario come mangaka professionista…
Sì, è vero! È incredibile! Penso che questi ultimi dieci anni siano stati per me un periodo di ricerca per capire che direzione prendere. Per un certo periodo ho preso le distanze dai fumetti e ho iniziato a specializzarmi come illustratrice. Mi sono anche cimentata con l’animazione. Penso sia stato, di per sé, un buon esperimento, perché mi ha fatto capire che ci sono molte storie che voglio disegnare a fumetti. Ho intenzione di continuare a lavorare sodo finché non le avrò realizzate tutte. Probabilmente, ci vorranno altri 10 anni! Naturalmente, tra le idee che ho non mancano anche progetti di serie più lunghe.
Con l’auspicio che altri suoi manga possano essere presto tradotti in Italia, vorrei concludere chiedendole quali progetti sta portando avanti in questo momento...
Attualmente, sto lavorando ad alcuni progetti, ma non stanno riscuotendo grande successo e la cosa mi dispiace. Spero che poi, quando saranno pubblicati in volume in Giappone, possano avere più successo, così che possano venire letti anche in Italia.











