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di Laura Montanari


La Repubblica, 15 settembre 2019

 

"Uomini come bestie. Il medico degli ultimi", di Francesco Ceraudo, Edizioni Ets. Una mattina d'estate, un grosso portone di legno che si apre e si chiude alle spalle in pochi istanti. Fuori l'aria aperta. E il profumo di libertà. Dentro uomini e donne, vecchi e giovani. Italiani e stranieri. Piccoli delinquenti, terroristi, mafiosi.

Tutti detenuti, ognuno con la sua storia. Diverse l'una dall'altra. Eppure, in fondo, così simili. Perché accomunate da un labirinto che cancella e annienta ogni individualità: il carcere. Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria italiana e direttore per quasi 40 anni del Centro Clinico del Don Bosco di Pisa, ricorda ogni singolo dettaglio di quel primo giorno da "medico degli ultimi".

Quando, fresco di laurea, gli fu proposto di assumere il ruolo di medico incaricato provvisorio del penitenziario pisano. Un posto lasciato da un collega, accusato di aver sottovalutato i malori e i pestaggi subiti da un giovane anarchico, Franco Serantini, morto in cella nel giro di due giorni nel maggio del 1972. Pisa in quegli anni è ancora avvolta dagli strascichi del 1968.

Il clima politico è incandescente. Ma è in quel momento, fissato per sempre nei ricordi, che comincia un lungo cammino personale e professionale che Ceraudo ripercorre in "Uomini come bestie. Il medico degli ultimi". Il libro, pubblicato da Edizioni Ets, non è solo un racconto in prima persona degli anni trascorsi ad assistere i detenuti ma un manifesto di denuncia, forte e appassionato, contro il sistema penitenziario italiano, che lontano dall'essere un'occasione di rieducazione per chi si è macchiato di crimini e orrori, così come sancito dalla nostra Costituzione, finisce per ridursi solo a luogo di esclusione, di distruzione dell'identità.

Dove l'umanità e il rispetto della dignità della persona sono valori accessori. "Entrai nell'infermeria. Tutto intorno l'atmosfera era di un mondo surreale, primitivo e punitivo, senza speranze. Non vidi mai nessuno sorridere - ricorda Ceraudo. Veniva accompagnato un detenuto per volta alla presenza di un infermiere militare. Una storia dietro l'altra. Un abisso di necessità".

In oltre 300 pagine di memorie, Ceraudo non fa sconti. Né ai detenuti, né alle istituzioni che dovrebbero garantirne e agevolarne il reinserimento nella società, una volta scontata la pena. E lo fa mettendo in fila storie ed episodi che ha vissuto tra quelle quattro mura.

Celle troppo piccole, condizioni igieniche precarie, inattività sono solo la punta dell'iceberg di una condizione, come quella della reclusione, che non è in grado di garantire il rispetto di principi come la salute, l'affettività e la sessualità. Così il carcere finisce quasi sempre per diventare un luogo inutile, una tortura ambientale. Uno spazio "geometrico, che non ubbidisce alle leggi della vita, ma a un codice indecifrabile".

E in cui la società relega, allontanando, problemi come la povertà, la tossicodipendenza, la malattia mentale. Quasi come se l'essere o l'essere stati detenuti fosse un marchio indelebile, che nemmeno l'aver pagato il proprio personale conto con la giustizia potrà mai cancellare agli occhi del mondo dei "buoni".