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di Giorgia Linardi

La Stampa, 8 marzo 2024

Si è spento all’ultimo miglio del viaggio verso l’agognata Europa, che non lo vuole nemmeno da morto. Umanamente difficile comprendere il perché di questo sfregio. È stato necessario ancora una volta fare rumore perché le autorità ritirassero la decisione disumana di assegnare un porto a una settimana di navigazione, lasciando a bordo della nave di Sea-Watch il ragazzino deceduto per asfissia da carburante. La migrazione è un fatto storico e un atto di necessità che richiede grande coraggio. Quando ce lo ricorderemo, sarà forse troppo tardi per interrogarci sul perché il suo coraggio ci ha fatto tanta paura. Sono convinta che un giorno, temo lontano, lo riconosceremo come un eroe del nostro tempo. La sua vita spezzata è il racconto dell’epica contemporanea.

Il film Io capitano, che potrebbe vincere agli Oscar come migliore film straniero, racconta il viaggio di due ragazzi della stessa età di quello spirato a bordo di Sea-Watch. Il regista Matteo Garrone ha commentato che la loro storia gli ha ricordato quella di Pinocchio, oggetto di una sua regìa nel 2019. Il romanzo di Collodi racconta peripezie dettate da incoscienza e curiosità del bambino-burattino, mentre le ragioni del viaggio delle persone che migrano sono molto diverse, ma c’è un elemento in comune: il trovarsi completamente in balia degli eventi, come marionette. Per coloro che attraversano il Mediterraneo, ciò significa essere risucchiati in una spirale di estorsione e abusi, fagocitati dalla rete del traffico di esseri umani che non lascia più spazio al libero arbitrio in una disperata lotta alla sopravvivenza.

Al posto di finire nel Paese dei Balocchi ed essere inghiottiti da una balena come nel racconto di fantasia, il nostro Pinocchio avrà trovato i lager libici e un guscio di noce su cui cercare di restare a galla tentando la traversata del mare. Il viaggio di questi ragazzi è una storia drammaticamente incredibile, fatta di sofferenze e imprevisti superabili solo con la forza e resilienza dettata dalla necessità e speranza in un futuro, a cui tutti dovrebbero avere diritto. L’ho visto con i miei occhi nei lager libici visitati con MSF, dove a un ragazzo a cui ho chiesto perché continuasse a sorridere mi disse che non gli restava altro che il suo sogno. Gli avevano tolto tutto - la libertà, il cibo, i vestiti, il contatto con la famiglia - ma non il sogno dell’Europa.

Cosa ci fa paura del loro sogno, al punto di lasciare la salma di un ragazzino a bordo di una nave di soccorso, assegnandole poi un porto a una settimana di navigazione? Al punto di essere disposti a perdere la nostra dignità di Paese sedicente civile quando stringiamo accordi con aguzzini, despoti e criminali pur di non fare arrivare Pinocchio in Europa, come se potessimo controllare un fenomeno che si alimenta della mancanza di alternative sicure e legali per spostarsi. Cosa ci porta a spendere cifre immense per respingere ed emarginare, quando includere le persone nella nostra società costerebbe molto meno e ci aiuterebbe a crescere? La risposta è il razzismo strutturale - in Italia come nel resto d’ Europa - che protegge atti, leggi e politiche discriminatorie lesive della dignità umana. Pinocchio è morto. È così che si conclude il romanzo in chiave odierna.