sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Pasquale Napolitano


Il Giornale, 16 maggio 2020

 

Rivolte, boss in libertà e obbrobri giuridici: Bonafede scontenta tutti, ma non rischia. Dal processo a vita al "liberi tutti": i primi due anni di Alfonso Bonafede alla guida del ministero della Giustizia sono stati un incubo.

Per tutti: magistrati, agenti penitenziari, avvocati e cittadini. L'ex dj Fofò, baciato dalla fortuna grillina e promosso alla guida del dicastero di via Arenula, colleziona record (negativi): dimissioni in massa dei suoi collaboratori, evasioni, scontri nelle carceri, proteste degli avvocati e indignazione dei magistrati antimafia.

Ma lui, il Guardasigilli confermato nel Conte 1 e Conte 2, sorride e va avanti. Bonafede non ha dubbi: mercoledì è sicuro di superare l'ostacolo della mozione di sfiducia in Senato presentata dal centrodestra. In soccorso arriverà l'aiuto renziano. Intanto, la giustizia (sotto la guida Bonafede) italiana esplode. Ripercorrere le gesta (gaffe, errori e mostri giuridici) del ministro grillino non è impresa semplice.

L'ultima gatta da pelare arriva con le dimissioni del suo capo di gabinetto Fulvio Baldi. Il nome di Baldi è spuntato in alcune conversazioni intercettate nell'ambito dell'inchiesta di Perugia sul pubblico ministero Luca Palamara. Con l'addio di Baldi (estraneo all'indagine) lo staff del Guardasigilli è praticamente azzerato: sono già andati via il capo del Dap Francesco Basentini e il vertice dell'ispettorato del ministero Andrea Nocera.

Ma il meglio di sé, in questi due anni, Bonafede l'ha dato quando ha provato a mettere le mani sulle leggi della giustizia. Il suo vanto è il processo a vita: una riforma che cancella la prescrizione dal sistema penale italiano introducendo una disparità di trattamento tra condannati e assolti in primo grado. Un mostro giuridico.

La riforma Bonafede è un misto tra giustizialismo e improvvisazione: la norma prevede che la prescrizione si sospenda in caso di condanna dell'imputato in primo grado mentre il calcolo dei termini di prescrizione riprendano in caso di assoluzione. Il sistema penale italiano si poggia su tre gradi: basta questo per comprendere che per un imputato che arriva in Corte di Cassazione (dopo un'assoluzione e una condanna) il processo si trasforma in un incubo a vita.

Dal processo a vita al "liberi tutti", è un attimo: Bonafede compie la giravolta in piena emergenza coronavirus, varando misure che favoriscono l'uscita dal carcere dei detenuti. La motivazione, per rimettere in libertà delinquenti e boss, è il rischio contagio coronavirus nei penitenziari. I mafiosi ringraziano. Il Guardasigilli prova a ritornare sui propri passi.

Ma è tardi. Le conseguenze sono pesantissime: in 50 giorni le porte delle carceri sono state aperte a 376 fra mafiosi e trafficanti di droga. Di cui 61 a Palermo, 67 a Napoli, 44 a Roma, 41 a Catanzaro, 38 a Milano e 16 a Torino. In un solo colpo vanificati inchieste e anni e anni di lavoro della magistratura. Escono dal carcere boss di primo piano della realtà mafiosa palermitana.

Tra cui figura Francesco Bonura, il "colonnello" di Bernardo Provenzano, ma anche Antonino Sacco, reggente del potente mandamento di Brancaccio, feudo dei boss stragisti Giuseppe e Filippo Graviano. Tra gli altri 376 nomi spicca anche quello di Gino Bontempo, uno dei padrini della mafia dei pascoli che fino a pochi mesi fa dettava legge sui Nebrodi, e Francesco Ventrici, uno dei più importanti broker del traffico internazionale di cocaina. E poi i capi mafia di primo piano di camorra e 'ndrangheta come Pasquale Zagaria e Vincenzo Iannazzo.

Le scarcerazioni spingono alle dimissioni il capo del Dap Basentini. Ma sulle carcerazioni si consuma (in diretta al programma Non è L'Arena di Massimo Giletti) lo strappo con Nino Di Matteo, pubblico ministero di punta dell'antimafia a lungo simbolo delle battaglie grilline. Di Matteo accusa il ministro Bonafede di avergli sbarrato la strada per la guida del Dap, preferendogli Basentini. L'imbarazzo è fortissimo.

Soprattutto tra gli sponsor (come Marco Travaglio) della politica sulla giustizia del Guardasigilli. Tra gli insuccessi della gestione Bonafede va annoverata la protesta (dall'8 al 10 marzo) negli istituti penitenziari dei detenuti. Le scene delle evasioni fanno il giro del mondo. Altra figuraccia. Altro bilancio drammatico: 12 morti e centinaia di fughe. Ma Bonafede resta il ministro intoccabile. Grazie al suo ex prof Giuseppe Conte.