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di Elena Loewenthal

La Stampa, 7 settembre 2025

La Flotilla per Gaza è una provocazione ben più che una missione umanitaria, come ha giustamente osservato Anna Foa. Fermo restando il principio che la provocazione è un meccanismo politico e morale talora salutare, talora necessario. Ferma restando l’evidenza che il supporto umanitario in cammino attraverso il Mediterraneo insieme agli attivisti imbarcati sarà del tutto marginale anche se riuscirà nell’arduo intento di sbarcare a Gaza e consegnare quel che trasporta - una goccia nel mare di camion carichi di aiuti che al momento entrano a Gaza. Fermo restando che Israele farebbe bene a chiudere un occhio e magari anche due permettendo alla Flotilla di rompere un blocco navale imposto sin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia.

Dati questi presupposti, la provocazione di questa iniziativa non sta tanto nel supporto umanitario e nella volontà di spezzare l’isolamento di Gaza ma in ben altro, purtroppo. Perché ancora una volta lo slogan che tiene insieme questa iniziativa e sventola insieme alla bandiera palestinese è “dal fiume al mare”. Parole tossiche che significano senza mezzi termini: Israele non ha diritto di esistere perché tutto è iniziato non il 7 ottobre del 2023 ma ben prima, cioè nel 1948. Perciò il blocco che andrebbe spezzato non è tanto e soltanto quello navale che Israele ha imposto sul mare davanti a Gaza ma quello mentale, militare e politico che ha determinato, da ottant’anni a questa parte, il rifiuto arabo nei confronti di qualunque spartizione, trattativa, reciproco riconoscimento. “Dal fiume al mare” andrebbe derubricato per sempre, da qualunque parte esso provenga, perché è l’ostacolo maggiore a una pace cui tutti avrebbero diritto e che tutti dovrebbero desiderare.

Anna Foa auspica il risveglio di un’anima ebraica che in Israele si è secondo lei perduta. Forse non si tratta tanto di anima quanto, più laicamente, di coscienza. Coscienza viva, nel mondo ebraico e dentro lo stato d’Israele. Dove c’è un governo che ha dentro di sé elementi innegabilmente a dir poco tossici. Dove sono stati commessi errori e prese decisioni politiche e militari deleterie.

Ma dove la coscienza è viva. Nel desiderio che questa terribile guerra finisca (perché di guerra si tratta, e la più lunga che Israele ha attraversato nella sua storia). Nelle instancabili manifestazioni di piazza. Nel fatto che la maggioranza della popolazione apprezza l’impegno negli aiuti umanitari che da Israele arrivano dentro Gaza ogni giorno. C’è, certamente, anche la coscienza cattiva di chi pure in Israele fa eco con “dal fiume al mare”, come a dire che c’è spazio solo per loro e non per gli altri. Pensare che bastano un pizzico di realismo e due occhi per rendersi conto che, da qualunque fronte provenga, “dal fiume al mare” è insensato, è pura astrazione e non si realizzerà perché l’unica strada per sopravvivere è la convivenza - o tutti o nessuno.

In Israele di coscienze ce ne sono tante perché più che di una indefinibile anima l’ebraismo è fatto di pluralismo, di convivenza degli opposti. Persino di anarchia mentale. Le coscienze di Israele ci sono e sono vive. Ci sono sconforto, rabbia, disperazione e speranza.

C’è un insieme di emozioni difficile da dipanare, pieno di dilemmi e dolore. Riconoscere che tanto su un fronte quanto sull’altro c’è un’umanità che sente, pensa e soffre - ognuno a suo modo - è il primo passo per guardare a questo conflitto con l’autentico desiderio che finisca. Prima o poi.